Mincuccio Laterza

Il “Bar Mincuccio” apre nel 1967, per opera di un ragazzo intenzionato a continuare l’arte appresa nella gelateria paterna. Il suo nome era Domenico Laterza, per tutti Mincuccio, terzo di undici fratelli, figlio di Giuseppe e di Concetta Scarcia, titolari della “Gelateria Laterza”, a conduzione familiare, che valse alla famiglia il soprannome di g’latjer (gelatieri). Fin da ragazzino, Mincuccio girava per le vie del paese con un carretto all’interno del quale c’era del gelato alla crema che vendeva ai suoi compaesani, lo portava come si porta una bici, alternandosi ai numerosi fratelli, e donando un fresco refrigerio nelle calde giornate estive. Caratteristico il suo grido: “Gelat e crime, u’ limon è sempr buon”.

Una volta messosi in proprio, quella che era solo una professione, diventava una vera e propria passione. Realizzava gelati come l’artista che dà vita alle sue opere, sperimentava, inventava, dosava, aggiungeva o toglieva in base al gusto dei suoi assaggiatori (quasi sempre sua moglie Titina, e le sue tre figlie, Tina, Rosanna e Monica), e con l’aiuto del suo “erede”, il figlio Giuseppe, che ne ha seguito le orme, affiancandolo nella realizzazione dei suoi capolavori, ed imparando la difficile ma meravigliosa arte del produrre gelati.

Dopo quarant’anni il Bar Mincuccio è ancora in piena attività, ma Mincuccio lavora per gli angeli dal marzo 2006. Giuseppe, con l’aiuto degli altri componenti della famiglia, ha raccolto l’eredità paterna e continua ciò che quel giovane ragazzo iniziò nel lontano 1967, ignaro dell’incredibile successo che avrebbe avuto il suo gelato…provare per credere.

Addio "Mincuccio"!, di Antonello De Blasi. Fonte: www.palagiano.net.

Chiunque lasci della propria esistenza segni indelebili della propria bontà, generosità, allegria e spirito, dirittura morale e  dedizione al lavoro, non "muore" mai.
Ognuno di noi ha un ricordo personale ed individuale di Mincuccio, perchè Mincuccio era amico di tutti.
Non dimenticherò più gli incontri di questa estate: con gli amici assistevamo al saluto puntuale di Mincuccio che, ad una certa ora della sera, andava a riposare.
Dopo poche ore era già lì, fresco, dinamico e pronto per incominciare una nuova giornata.
Alle tre, alle quattro, alle cinque del mattino lì c'eravamo ancora, di nuovo noi, quelli che aveva lasciato prima di andare a dormire, gli stessi che rincontrava al risveglio.
Ci rivedeva, ci risalutava, poi, col suo sorriso nascosto e sornione, ci diceva: "Angòr que stèt?", "Nisciùn ha d'rmùt?", "Ce s'gnìfc'a ièss ggiùvn!"
Per lui ricominciava un nuovo giorno, per noi non si era ancora concluso il precedente.

 Nessuno lo dimenticherà, perchè lui aveva una parola, una battuta scherzosa, un sorriso per tutti.
Per questo Mincuccio continuerà a "vivere" nei ricordi di ciascuno di noi, che siamo tanti e lo porteremo sempre dentro...
Alla famiglia Laterza, alla signora ed ai figli tutti, a Giuseppe in special modo, il mio affetto più sincero.


Antonello De Blasi