Gaetano Verderese, conosciuto da tutti come “Tanino Verderese”, era una testa calda sin da giovane. Aveva sedici anni quando si innamorò di mia madre, che di anni ne aveva tredici. Lasciava il suo lavoro nei campi per correre a “Palmunden”, dove Giovanna lavorava e dormiva per sei giorni alla settimana, e tornava in paese il sabato sera per il bucato, e si tornava la lavoro la domenica notte, perché già dall’alba del lunedì doveva stare, insieme agli altri, nel campo di grano. Il suo carattere, naturalmente antifascista, portò il padre, “nonno Ciccio”, nella casa di un gerarca fascista, dive dovette bere un bicchierendi olio di ricino perché non “era capace” di portare il figlio Tanino alle sfilate e alle adunanze domenicali. Non migliorò con il tempo, si sposò ed ebbe sei figli, e le sue idee e il suo carattere lo portarono nel PCI. Lavorò nella Carovana Facchini al mercato all’ingrosso di via Sansonetti. Grazie ai sacchi (da mezzo quintale) passati sulle sue spalle e grazie a mia madre che seppe amministrare i pochi soldi che guadagnava, abbiamo potuto tutti (sei figli) frequentare la scuola e “prendere un diploma”, ma soprattutto abbiamo vissuto con “dignità”, senza chiedere “favori” e senza “piegare la testa” di fronte a nessuno. Mi piace ricordare alcuni amici e compagni che lavoravano con lui nella Carovana. Insieme a mio padre c’era Antonio Marra, Michele Iacca, Luigi Mastillone, Vittorio Renò (detto u’ tarantin), Rocco Rizzi (u’ rizz), Rocco Mandorino, Paolo Pucci (figlio di Maculet Tutt’jucc e di ‘mbia Rocc), Giovanni De Carlo, morto nel 1971 a 44 anni per un incidente sul lavoro. Lasciò la moglie con dodici figli da crescere e il più piccolo aveva un anno e mezzo. Me lo ricordo Nino: alto, possente, una grande voglia di lavorare e, soprattutto, una grande forza. Ricordo in quelle serate calde e afose di agosto, , alla fine del lavoro, erano soliti gareggiare a chi mangiava più “pagghjottl” (angurie). Mio padre riusciva a mangiarne “nu cofn” e batteva tutti. Nino però, lo batteva quando la gara si svolgeva con i “platoni di cachin”: con calma e tranquillità, riusciva a mangiarne otto. Naturalmente alla fine del lavoro uscivano dal mercato stanchi, ma sempre allegri e chiassosi. Non passavano certamente inosservati. Qualcuno li considerava rozzi; sicuramente non erano raffinati, quando, tutti sudati, toglievano anche la canottiera e passavano a torso nudo per le strade del paese.

 

Jolanda Verderese