Nelle strade si vedeva procedere lento, un asino piuttosto alto, sporco di letame, col pelo intriso di pula e paglia, fetido, con le ginocchia e le pastore sbucciate dalle quali apparivano rosse ferite; nonostante tutto era maestoso tra le stanghe del carro che tirava. Guardava con gli enormi occhi tutt’intorno senza muovere la testa. Avanzava, con cadenza uguale, tra una fermata e l’altra, senza aspettare il comando, abituato com’era, a vedere Carluccio piegato a prendere l’immondizia, con la coffa, ammucchiata agli angoli dei marciapiedi e a scaricarla nel carro. Capitava che l’asino si  muovesse in anticipo; si sentivano allora le urla e le imprecazioni di Carluccio e i suoi: “Arriooo, arrriooo, arriooo!!” (“Vai indietro!”).L’asino si fermava di colpo, poi, piano, indietreggiava per ritornare alla postazione di prima, drizzava le lunghe orecchie, vibrava tutto, aspettando l’immancabile pedata negli stinchi o il colpo di paletta sotto le labbra. Riprendeva il cammino scandito, con docilità e rassegnazione.  Carluccio era piuttosto piccolo e tarchiato, col viso tondo, rosso in viso, sempre taciturno; aveva gli abiti unti e lerci imbrattati dallo scolo dei liquami che filtrava dai vecchi recipienti di lamiera adibiti a pattumiere, pieni di immondizia che provvedeva a scaricare nel carro trainato dall’asino. Il suo volto, nonostante tutto, non era disgustoso; era privo di espressioni che potessero significare gioia o dolore, rassegnazione o sopportazione; forse un po’ di tristezza e di ostilità verso gli altri traspariva dal volto, quando lo chiamavano perché provvedesse a rimuovere meglio ciò che era stato accantonato, o quando doveva ritornare, sui suoi passi, per prendere i secchi di immondizia che gli calavano dai balconi; li strappava dai ganci dei cordini tesi e imprecando li lanciava nel carro!Poi riprendeva a rimuovere i mucchietti di immondizia sotto i quali, spesso, si nascondevano feci di bambini che avevano defecato agli angoli dei marciapiedi, sotto l’occhio vigile delle madri che li spiavano dalle fessure delle porte.Non sfuggiva il fetore alle mosche che, a sciami, si adagiavano intorno a quei rifiuti, per immergere la piccola proboscide, volare via,  adagiarsi altrove, seminare malattie e morte.Tutto ciò non lo infastidiva; quando immergeva la pala nel mucchio per rimuovere il tutto, le mosche gli volavano intorno, lo toccavano, le cacciava con la paletta di metallo con cui accompagnava l’immondizia nella coffa, senza rabbia, senza fastidio.Prima che il sole coprisse l’alba, seduto sul carro - botte, con la trombetta a tracolla, guidava il paziente asino per le viuzze del borgo per prelevare i rifiuti umani della notte. Si fermava agli incroci, ai margini delle piazzette, dei “larghi”, suonava la trombetta che annunziava la sua presenza; attendeva. Dalle porte, dove tutto pareva fermo e immoto, uscivano silenziose, le donne con i “cantari” in mano e i secchi di acqua sporca.Carluccio, senza aprire bocca, toccava con la frusta ciò che doveva essere versato e respingeva l’altro, imprecando: “No pozz fè nold gir”, (“Non posso ritornare”), e con un  “O - o - o ! Sciamn vuagnò” (“Andiamo ragazzo!”) Incitava l’asino ad andare avanti.Fonte: Memoria storica del nostro ‘900, di Michele Orsin