Il mestiere del sarto, fiorente nella prima metΓ del secolo, andΓ² sempre piΓΉ diminuendo nella seconda, fino a sparire del tutto alla fine del secolo. I sarti operavano nei laboratori, ricavati quasi sempre nella propria abitazione, collaborati oltre che dai familiari, anche dagli apprendisti I giovani piΓΉ intraprendenti andavano a perfezionarsi nelle cittΓ .Lβuso consolidato di farsi cucire i vestiti dai sarti assicurΓ² loro continuitΓ di lavoro e buoni guadagni. Le richieste diventavano particolarmente numerose nei periodi che precedevano le grandi festivitΓ e nei cambi di stagione.Il giovane apprendista, nei primi anni dellβapprendistato, non riceveva alcuna paga dal suo datore di lavoro, allβinfuori di qualche mancia, quando consegnava i capi ai clienti.Riceveva una piccola paga quando era in grado di portare a termine alcuni capi come: un gilΓ¨, un paio di pantaloni o le maniche di una giacca.Lβapprendista non aveva alcun contratto, lβorario di lavoro non era rispettato in alcun caso; lavorava in media otto ore al giorno, con la breve pausa del pranzo e, a fine lavoro, doveva mettere a posto tutto, spazzare e lavare il pavimento del laboratorio.I sarti che esercitavano il mestiere giΓ dalla fine del 1800 erano: Teodoro Morelli della cui famiglia si sono perse le tracce; G. Schiavone e Vincenzo Rospo. Dagli anni β30 operarono anche, Oliva C., Giuseppe Gentile, Stefano De Vietro, Commessatti Domenico, allievo di Vincenzo Rospo; seguirono: Rospo Filippo, Pietro Schena, Rocco Gentile, i fratelli Luigi e Antonio L. allievi di Vincenzo Rospo.
Man mano che il numero dei sarti cresceva, il lavoro veniva a mancare, specialmente per i più giovani che intendevano aprire una sartoria per proprio conto. Iniziò così, per parecchi di loro, la lenta emigrazione verso le città del centro e del nord Italia.
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Β Β Fonte: Memoria storica del nostro β900, di Michele OrsiniΒ