Nella parte di secolo di cui ci stiamo occupando, la pastorizia ebbe una discreta importanza. Gli allevatori locali non avevano molti capi di bestiame a differenza di quelli del Tavoliere di Puglia, del Gargano, delle Murge e dei pastori delle altre regioni del Sud.Le terre del Feudo del Romanazzi, non coltivate, offrivano abbondanti pascoli specialmente nei pressi della β€œPalude fetida”, comunemente detta: β€œQui si muore”, situata tra il fiume Lenne e il fiume Lato. Si utilizzava come pascolo anche il bosco, dove sostavano in inverno le mandrie che scendevano dai monti della Basilicata, dell’Abruzzo e della Campania.Alla fine dell’estate, quando terminavano le raccolte dei pomodori, degli ortaggi e dopo la mietitura, era consuetudine dare sia le terre del feudo, sia quelle dei piccoli e medi proprietari, a pascolo, agli allevatori locali. I proprietari si assicuravano cosΓ¬ la concimazione organica delle terre, ricevendo anche compensi in natura: agnelli, formaggio, cacioricotta e ricotta. Pastorizia e agricoltura vivevano in netta simbiosi.Gli allevatori locali rientravano ogni sera, guidando le greggi agli ovili, posti poco distanti dal paese: in fondo a via Macello, in via Calzo, in via S. Marco, in via Carella e in via Matera. Dopo una giornata di cammino, nell’ovile, dovevano selezionare le pecore lattanti da quelle da mungere e procedere alla mungitura che richiedeva parecchio tempo, quindi alla preparazione della ricotta e del formaggio.Nei periodi di Natale e Pasqua vendevano buona parte degli agnelli lattanti e qualche pecora sterile, lasciando perΓ² gli agnelli migliori, per avere il gregge sempre giovane e produttivo.Alcuni allevatori avevano anche la macelleria, cosΓ¬ la carne passava direttamente dal produttore al consumatore. Si vendevano carni ovine e suine, eccezionalmente carni bovine.La vita degli allevatori, pur essendo molto dura, dava buoni guadagni; la pecora infatti, dava lana, carne, latte e letame, ottimo per concimare le terre.Col passare degli anni, man mano che l’agricoltura occupava piΓΉ spazi e piΓΉ manodopera, la pastorizia andava sempre piΓΉ impoverendosi, fino a rimanere con pochi addetti nel settore, giΓ  alla fine della I Guerra Mondiale.Veniva lentamente a sparire cosΓ¬ una attivitΓ  che era stata sempre fiorente, nel nostro paese e in tutta la Puglia e, con essa, venivano a sparire i tratturi, le ampie vie della transumanza, che per secoli avevano consentito lo spostamento di migliaia di capi di bestiame da nord a sud del Regno di Napoli.Il Tratturo Tarantino partiva, probabilmente, da Bellavista a Ovest di Taranto, proseguiva per il Pantano e via Torre S. Domenico, entrava in Palagiano, proseguiva per via Matera, interessando le contrade: Monticello, S. Felice, Fontana del Fico, le contrade Difesella e Conocchiella, proseguiva nei territori di Castellaneta e Laterza dove si congiungeva col grande tratturo Castellaneta Melfi.Del Tratturo Tarantino sono rimaste solo poche tracce nelle contrade su citate e, in Palagiano, all’inizio di via Matera. Dei tratti rimasti, pochissimi hanno lasciato le misure originarie, quasi tutti, si sono ridotti a vie strette, a volte, poco praticabili.Nelle nostre terre, la quantitΓ  di bestiame che si spostava sul Tratturo Tarantino e sui tratturelli, trovava sistemazione e pastura nella β€œLOCATIONE” detta di β€œTerra D’Otranto”.I tratturi, da sempre, sono stati oggetto di usurpazioni da parte degli agricoltori che possedevano terreni prospicienti, nonostante leggi particolari ne disciplinassero l’uso.Per la loro importanza venivano sorvegliati da un corpo speciale di guardie a cavallo, sin dalla loro nascita.

Ancora negli anni della II Guerra Mondiale, gli agricoltori che avevano le terre con l’affaccio sui tratturi, erano tenuti al pagamento di un canone per il passaggio sugli stessi.

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Β Β Fonte: Memoria storica del nostro β€˜900, di Michele OrsiniΒ Β