La festa della Madonna della Stella, di G. Carucci
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E’ impresa ardua, quasi impossibile, risalire, con dati ed elementi aventi valore scientifico, alle origini e alle motivazioni di questa festa e, in particolare, della cerimonia della distribuzione della “tagghiarìn”, che si svolge in campagna davanti alla cappella dedicata alla Vergine della Stella.
Questa considerazione non mi esime, però, dal proporre un’ ipotesi quantomeno verosimile, e comunque più radicata nel contesto storico-sociale del territorio di quanto non sia la nota, ma del tutto immaginaria leggenda delle due sorelle che, travolte dalle acque dell’ alluvione e cadute nel fiume, sarebbero state miracolosamente tratte in salvo, una sulla sponda orientale e l’ altra su quella occidentale della stessa, per cui, in seguito a questo miracoloso evento, sarebbero state edificate la Cappella della Madonna della Stella e quella della Madonna di Lenne.
Già in un mio precedente lavoro avanzavo l’ ipotesi secondo la quale “le due chiesette site sulle sponde opposte del fiume Lenne, nel territorio di Palagiano, ora dedicate l’ una alla Madonna della Stella e l’ altra alla Madonna di Lenne siano state costruite sull’ area di due tempietti all’epoca dedicati forse ai Dioscuri, uno a Castore e l’altro a Polluce. Il Cristianesimo, rifacendosi all’antica simbologia che rappresenta Castore con una stella luminosa sulla fronte, vi avrebbe sostituito la Vergine con la Stella”.
Pertanto, non è possibile parlare della chiesa della Madonna della Stella senza fare riferimento anche alla chiesa della Madonna di Lenne, perché l’una richiama l’altra.
Sul piano documentale, l’ esistenza di quest’ ultima è attestata fin dall’ inizio del XII secolo da una Cartula Concessionis et Commendationis rogata a Mottola nel luglio del 1110 da tale IAFFARO, notaio di RICCARDO SENESCALCO, conte di Mottola il cui territorio comprendeva anche Palagiano Massafra e Castellaneta (il centro demico di Palagianello non esisteva ancora). Con tale documento VALCAUSO, Vescovo di Mottola, nel confermare a PIETRO, abate dell’Abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, in provincia di Salerno, i monasteri di Sant’ Angelo e San Vito, in territorio di Mottola e la chiesa di Santa Lucia in territorio di Massafra, concedeva in aggiunta la chiesa di Santa Maria “de Lenne” in territorio di Palagiano .
Questi beni, come si evince dal documento prima richiamato, ricadevano sotto la giurisdizione del Vescovo di Mottola, il quale sin dal 1072, secondo Marco Lupo, si fregiava del titolo di “Baronis Feudorum Castilionis et Lemnae”, titolo ricevuto con alcune donazioni di boschi di quercia, foreste, fiumi, boschi di pini ed altri fondi dai prodi normanni, il Duca ROBERTO e il Conte RUGGIERO” .
Il documento più antico, invece, trovato finora, in cui viene menzionata la Cappella della Madonna della Stella, insieme alle altre chiese di Palagiano, è una Relatio ad limina del 1706 di Mons. Paolo Mastrilli, vescovo della diocesi di Mottola, originario di Mola di Bari. Da questa Relatio si apprende che in quel periodo nel casale di Palagiano operavano l’ arciprete-curato, al quale spettava, tra l’ altro, il compito di insegnare la dottrina cristiana ai fanciulli, due altri sacerdoti e dodici chierici. Vengono menzionate, inoltre, la chiesa parrocchiale e tre cappelle. A tale proposito il vescovo scriveva: “[...] nec non intra moenia Cappella sub titulo S. Mariae Virginis de Monte Carmelo [...] et extra moenia duae aliae Capellae, una sub invocatione Sanctae Mariae Stellarum [...] altera vero sub titulo Sanctae Mariae de Lenne Jurepatronatus Baronum [...]”
Ad onor di cronaca, bisogna dire che la vecchia originaria cappella, presentava una struttura molto antica costituita da una sola navata a pianta rettangolare di un centinaio di metri quadrati. Essa era sormontata al centro della facciata da un modesto, semplice, campanile a vela con una sola campana. Purtroppo mancano studi e ricerche specifiche utili per risalire all’epoca della sua originaria costruzione. Sappiamo solo che nel 1959 la chiesa fu ristrutturata con sostanziali modifiche anche estetiche come quella della facciata. Alla fine degli anni Settanta del secolo scorso, fu proprio demolita per far posto alla nuova chiesa edificata negli anni Ottanta così come oggi ci appare.
Anche l’ origine della festa in campagna si perde nella notte dei tempi. Ogni anno, il suo arrivo viene annunciato agli abitanti del paese da un complessino di bassa musica, formato da pochi addetti, chiamato “Lu fisc’carùl” dal nome dialettale del flauto, lo strumento musicale dal caratteristico suono che “fischietta”. Lu “fisc’carùl”, dunque, già da un paio di settimane prima della festa, esce all’alba tutte le mattine e gira per le strade del paese suonando allegri motivi musicali fino al termine del percorso per indurre gli abitanti alla predisposizione psicologica e religiosa necessaria per la loro partecipazione alla tradizionale festa.
La cerimonia in campagna è preceduta nelle prime ore del mattino del secondo sabato del mese di ottobre dalla celebrazione della S. Messa nella chiesa dell’Immacolata, alla fine della quale, da qui, si muove un corteo di fedeli che seguono a piedi la statua della Madonna della Stella, portata a spalle, diretta alla cappella di campagna dove viene depositata a disposizione di tutti. Il corteo, ovviamente, è accompagnato fino a destina-zione dal solito complessino de “Lu fisc’carùl” che intervalla i soliti motivetti alle preghiere e alle litanie dei fedeli.
Nel primo pomeriggio, intorno alle ore 14,00, un gran numero di cittadini di ogni età, sesso e ceto sociale si reca in campagna per assistere prima alla cerimonia religiosa officiata dal vescovo diocesano o dal parroco dell' Immacolata e partecipare subito dopo all’assalto e alla conquista della porzione della famosa squisita “Tagghiarìn”.
E’ questa una pietanza contadina, molto semplice, detta “tagghiarìn asc’quant”, fatta di taglioline (oggi si direbbe anche fettuccine) condite semplicemente con abbondante sugo (di pomodoro) ristretto molto piccante.
Quindi, immediatamente dopo la celebrazione religiosa, segue l’assalto e la distribuzione della “tagghiarìn”. Anticamente la pasta veniva lavorata a casa da un gruppo di donne che si offrivano volontariamente per la preparazione della quantità necessaria della pasta che ammontava ad alcuni quintali. Oggi, invece, il comitato della festa compra la “Mafaldina”,, un tipo di fettuccina con entrambi i bordi arricciati. La caratteristica di que-sta pietanza è il sugo di pomodoro, piccantissimo, che viene preparato in grosse caldaie nella mattinata del sabato in campagna nei pressi della cappella. La “tagghiarìn” viene cotta al momento e condita con il caratteristico sugo di cui si è detto.
Al momento della distribuzione, le caldaie di “tagghiarìn” ben condita vengono sistemate su rimorchi trainati da trattori, anticamente invece su traini tirati da asini o cavalli; secondo alcune indiscrezioni quest' anno potrebbero esserci delle sorprese. A questo punto i mezzi carichi di queste enormi caldaie si portano al centro dello spiazzo davanti alla cappella, dove i fedeli, per non rischiare di rimanere senza, assaltano letteralmente i mezzi "armati" di ogni tipo di contenitori
(tegami, piatti, spatole di fichidindia ed altri recipienti di fortuna) per farsi servire le loro porzioni di “tagghiarìn” benedetta dagli addetti posizionati sul carro.
Per quanto riguarda i documenti, l’ unico, che mi è capitato di leggere, è una deliberazione del 1876 con la quale il Decurionato di Palagiano elargiva al Comitato della festa della Madonna della Stella un certo quantitativo (non ricordo bene se 2 o 4 quintali) di farina che doveva servire per la preparazione della semplice, ma gustosa pietanza.
La devozione a Santa Maria della Stella è molto radicata nel cuore e nella tradizione contadina del popolo palagianese. Ed è proprio nella cerimonia in campagna, davanti alla omonima Cappella, che essa si manifesta con una immensa partecipazione popolare e ogni anno, si registra un incremento del numero dei partecipanti.
La festa si conclude con la distribuzione della “tagghiarin” benedetta.
Ma quali possono essere le motivazioni di questa festa così singolare ed originale? A mio parere, come dicevo prima, esse sono radicate nel contesto socio-economico e storico-geografico del nostro territorio, fertile e generoso se lavorato adeguatamente e aiutato da condizioni climatiche favorevoli.
La cerimonia in campagna, dunque, rappresenta una festa di ringraziamento alla Madonna per il raccolto più o meno abbondante dell’ annata agraria appena terminata e di propiziazione e di buoni auspici per la nuova annata che comincia con le imminenti semine autunnali.
P.S. Ricetta del sugo della “tagghiarìn asc’quant”
Per condire 500 grammi di pasta:
250 gr. di pomodori pelati, 125 ml. di salsa, 25 gr. di concentrato di pomodoro, 100 ml. di olio di oliva, 25 gr. di peperoncino piccante, 65 gr. di pomodori freschi, 25 gr. di cipolla, sedano, prezzemolo e basilico quanto basta, sale.
Giovanni Carucci