In un primo mattino di primavera dell’anno 210 a.C., alcuni pastori che conducevano i loro armenti al pascolo nella località denominata “palude fetida” furono spettatori di un insolito spettacolo. Due formazioni navali, una trentina che procedeva cabotando in direzione di Metaponto, l’altra romana precedente verso Taranto, si scontrarono in un breve combattimento che terminò con l’incendio e l’affondamento di gran parte delle navi. Lo scontro navale appena accennato avvenne nel corso della seconda guerra punica e fu determinato dalla necessità, da parte romana, di portare aiuto e sussistenza alla propria guarnigione assediata nell’arce di Taranto. I tarentini, ex alleati di Roma, capeggiati da Democrato del partito filo-cartaginese, fecero salpare la propria flotta nell’intento di intercettare le navi onerarie romane che, scortate da alcune navi da guerra, provenivano dal porto di Reggio e dirette appunto all’arce di Taranto assediata. Lo scontro avvenne al traverso della località “Sapriportem” e che il Pareti cita di incerta identificazione nel territorio di Massafra. Per giungere alla identificazione di tale località, si rendono necessarie alcune considerazioni. Livio dice e il Pareti integralmente riporta: “…quindecim milia ferme ab urbe ad Sapriportem obvius fuit…” (A Sapriporte, circa 15 miglia da Taranto). Ora, considerando il miglio itinerario romano nella misura di metri 1471, risulta che la località da identificare ricade nel territorio di Palagiano e precisamente nella zona costiera denominata “Palude Fetida” il cui toponimo è a radice greca e che ci si presenta nella versione “Sapros-portmos”, e cioè sapros = putrido, fetido e portmos = passo che si varca, stretto, canale, lago, fiume, ecc. da cui “Palude Fetida”, attuale toponimo della zona in argomento. Palagiano si trova nel cuore del territorio della Magna Grecia, che fu interessato sin dagli albori del VII secolo a.C. dalla colonizzazione dei greci (Dori). Lo stesso toponimo di Palagiano deriva dal greco Palaios-Schenè, e cioè “Antico Accampamento” che nel locale idioma viene pronunciato: “Palascene”. I Dori, colonizzatori della Magna Grecia, furono allettati, nell’impresa, e dai facili approdi della zona costiera e dalla fertilità dell’entroterra poco o per niente sfruttato dagli aborigeni. Gli stessi colonizzatori ci fecero conoscere la coltura dell’ulivo ed un progredito sviluppo relativo ai grandi allevamenti del bestiame ovino, sicchè già da quel tempo il nostro territorio prese l’aspetto del tipico paesaggio mediterraneo che conserva ancora in parte nei nostri giorni. I primi insediamenti si ebbero a ridosso della zona costiera, e principalmente in prossimità delle sorgenti che si possono ancora individuare nelle località dell’agro Palagianese denominate Chiatone, Calzo, Lenne, Trovara e Fontana del Fico, dove sono state ritrovate numerose tombe risalenti al IV e III secolo a.C. Fra il III ed il II secolo a.C. gli insediamenti dei colonizzatori si allargarono sempre più nell’entroterra, fino alle contrade interessate dal Tratturo Tarentino, trasformato in seguito in Via Appia, arteria questa che attraversa via De Gasperi, piazza Vittorio Veneto, corso Vittorio Emanuele, via Adua, via S. Domenico. Nel terreno adiacente al campo sportivo fu scoperta una piccola necropoli costituita da numero 18 ipogei e tutti risalenti al II secolo a.C. Si deve credere che già in quel tempo la comunità insediatasi nel territorio di Palagiano fosse piuttosto consistente e che alcuni colonizzatori più intraprendenti avessero instaurato l’epoca della cosiddetta aristocrazia terriera. Nel II secolo a.C. quindi, quella comunità costituiva già la prima e vera comunità palagianese, dotata di costumi e tradizioni della loro antica patria d’origine. Da tali presupposti non si può escludere che Palagiano, integralmente compresa nell’antico territorio della Magna Grecia, trae il proprio toponimo dal greco palaios-schene = antico accampamento, antica dimora, o anche palài-ganos = antico ristoro. Nel loro generico significato i due toponimi si identificano a vicenda giacchè il primo palaios-schene rispetta fonologicamente la voce dialettale Palascene; il secondo palài-ganos latinizzato in Palaganum e successivamente volgarizzato in Palagianum. Ci piace tuttavia considerare il primo toponimo, e cioè “palaios-schene” (Palascene) dal momento che si viene a rispettare maggiormente il valore del nostro lessico che affonda le proprie radici nel più antico idioma che i Dori ci portarono da Sparta nel tempo della loro immigrazione nel nostro territorio. Ancora oggi il nostro dialetto ci ricorda spesso quelle origini. Infatti, senza alcuna possibilità di errare, possiamo ben dire che gran parte del nostro lessico è formato da vocaboli a radice greca. Tanto per portare qualche esempio, la biga del grano, dell’avena, ecc. che in greco suona àmetos, nel palagianese suona Mète, (la mète de lu grène, de la biève, ecc.); amugdàlinos, cioè di mandorla, si trasforma nel Palagianese amuddìskle per indicare la mandorla tenera che facilmente si schiaccia; amauròs = che non luce, nel nostro dialetto diventa ammuresce per indicare che si fa scuro, che imbrunisce; dal greco areiè = minaccia, imprecazione, oltraggio, si ha la voce arraiè cioè litigare; da filo-tecnéo = esercito un’arte, deriva filatègne, cioè feriale, che si lavora (stie semp ann’art, de fest e de filatègne); cardamòn = crescione diventa cardamone per significare una persona grande di altura ma piccolo di mente; ìsos = l’uguale, si trasforma in suozz (lu stuozz ve acchianne lu suozz); battagghiè = ciarlare di cose inutili proviene dal greco battaloghéo; nennielle da ninias = giovine, giovincello; tremiénde cioè guardare, vedere, dal greco trànoo = rendere chiaro, evidente; isknos = tenue, magro, sottile si trasforma in sckniedd che vuo dire anche sfaticato; lucklé dal greco Lacàzo = grido, schiamazzo;  trappite e trappetèle cioè frantoio e frantoiano derivano da tripter = torchio, pressa. E’ superfluo aggiungere che tutti gli studiosi di paletnologia hanno accertato che intorno al 400 a.C. il dialetto italico nel territorio che ci riguarda è quello greco, restando integralmente tale per tre secoli circa. Con la costituzione delle colonie assegnate ai veterani legionari che avevano servito durante le guerre, comprese quelle civili, succedutesi negli ultimi due secoli e cioè dal 218 al 29 a.C., il nostro dialetto cominciò a risentire sempre più l’influenza della lingua latina, spesso inquinata da un certo miscuglio di idiomi stranieri (barbari), ma restando, malgrado ciò, radicalmente greco.

  Vincenzo Cetera, in “S’arrcord li vign d’mmiinz la chiazz”.