I ragazzi hanno sempre trovato il modo di distaccarsi dalle occupazioni, dalla scuola e dal lavoro, per intrattenersi nelle attività ludiche.
Dopo le ore scolastiche si attardavano, nei pressi della scuola, a giocare: con le biglie di vetro o i noccioli di ciliegie, alla cavallina, in gergo locale, (“zumba parèt”), alla guerra, alla “mazzarella”, alle noci, “alli stacch”, alla “stascèdd” e “lu pìzzch”, a palla, di solito di pezza, alla trottola, al tiro al bersaglio e alle 5 fossette.Alcuni rientravano a casa tardi, dopo aver giocato a lungo, perché sapevano che i genitori erano a lavorare e rientravano verso sera.Si giocava di solito, nelle ore pomeridiane, dopo il brevissimo tempo dedicato ai compiti o dopo l’uscita dalle botteghe, sulle piazzette, nelle strade e nei pressi della Chiesa Madre.Durante il periodo bellico si preferiva giocare alla guerra, con armi di legno costruite dagli stessi ragazzi: fucili, pistole, archi e frecce ricavati dai ferri degli ombrelli.Si giocava nelle trincee dei soldati nei pressi di “Largo Capovento”, estrema periferia del paese a Ovest.Era frequente il gioco del tiro a bersaglio costituito da un qualsiasi oggetto posto su un muro o un masso che veniva preso di mira, da una enorme quantità di sassi lanciati da ogni direzione, da decine di ragazzi organizzati in squadre.Si organizzavano dei veri tornei di gioco con le trottole di legno (“li chrruchl”), che terminavano con la quasi distruzione della trottola del perdente, a colpi di sprone; anche il gioco delle 5 fossette con la biglia di acciaio o di vetro era molto praticato.Le bambine si trastullavano con bamboline di pezza costruite dalle mamme o dalle sorelle maggiori, mentre le ragazze, nelle ore pomeridiane, s’incontravano per giocare: “alla campana”, a “palla avvelenata”, al “lancio dei cerchietti”, ma soprattutto cantavano, disponendosi in cerchio, i canti imparati a scuola o all’asilo: “La Contadinella”, “Chi è che Bussa”, “Oh che bel Castello”, “La Pecora nel Bosco” e altri.Gli adulti si divertivano poco, a loro bastava l’uscita serale, l’incontro con gli amici, lo scambio di battute e l’ascolto di qualche canzone napoletana accompagnata dal suono di una chitarra o di un mandolino; presso le botteghe dei barbieri si organizzavano serenate per le fidanzate.La Scuola, come sempre, cercava di colmare alla meglio, ciò che la società non offriva, organizzando recite.Il Comune, non disponendo di locali da mettere a disposizione delle compagnie teatrali, o per le proiezioni cinematografiche, cedeva in fitto, per la stagione estiva, quando vi era qualche richiesta, l’atrio del convento di via Lenne. Fu ceduto persino all’inizio della II Guerra Mondiale.Alcuni giorni di divertimento si passavano durante le feste religiose dell’anno e soprattutto negli ultimi giorni di Carnevale. Si usava, in quei giorni, organizzare nelle case, feste da ballo, comunemente chiamate: “festini”.Era costume mascherarsi, andare in giro per le strade e chiedere al padrone di casa, dove si ballava, il permesso di entrare ed eseguire un ballo; le maschere venivano accompagnate da una guida, non mascherata, che garantiva per tutti quelli che accompagnava.C’era purtroppo chi affogava nel vino, bevuto in cantina, le privazioni, i propri guai e la stanchezza del giorno, lasciando nella più squallida miseria la propria famiglia.I giocattoli, ora abbandonati nelle case, erano solo patrimonio di pochi bambini fortunati appartenenti a famiglie agiate. La befana non era prodiga con i bambini del popolo, come oggi; le calze che venivano trovate appese alla spalliera del letto dei genitori, dai bambini, erano piene di fichi secchi, mandorle, noci e qualche giocattolo artigianale; per i più discoli c’era il carbone.I ragazzi che andavano a bottega erano più fortunati perché in grado di costruire, con le proprie mani: monopattini, carrettini, trottole, cerchi e armi di legno coi quali potevano divertirsi.
Fonte: Memoria storica del nostro ‘900, di Michele Orsini