Nel nostro paese non vi furono molti stagnini e, tra gli artigiani locali, furono i primi a cessare la loro attivitΓ , pochi anni dopo la II Guerra Mondiale. Lo stagnino, di solito, aveva una botteguccia ricavata in qualche piccolo vano della propria abitazione o in qualche sottoscala; usava pochi attrezzi: la fucina, una piccola incudine, martelletti per sagomare gli utensili, le cesoie e lo βstagnaturoβ.[i]Forgiava: pentole, coperchi e paioli, ma il lavoro predominante era la stagnatura delle caldaie di rame, degli utensili da cucina e delle posate.Negli anni della prima metΓ del secolo non erano ancora entrate in uso le posate e le pentole di acciaio inossidabile, si usavano le posate di ghisa che facilmente si arrugginivano e avevano bisogno di essere stagnate. PoichΓ© venivano lavate con la cenere e strofinate con pezzi di tufo o pomice, la stagnatura facilmente andava via e bisognava ristagnarle di frequente.Durante il periodo bellico le lamiere scarseggiavano; gli stagnini utilizzarono allora, per le loro commesse, lamiere ricavate dai contenitori di cibarie che si procuravano, dalle nostre truppe e da quelle di occupazione che, dopo lβArmistizio, sostarono per alcuni anni in Palagiano.Conducevano una vita grama per gli scarsi guadagni. Subito dopo la Guerra il lavoro venne a mancare e dovettero emigrare.Β
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Fonte: Memoria storica del nostro β900, di Michele Orsini