Si può dire che il 1900, almeno fino alla fine della II Guerra Mondiale, sia stato caratterizzato dall’impiego di massa della nostra popolazione, in agricoltura; quasi tutte le attività della popolazione impiegata in altri settori produttivi, come l’artigianato, il commercio, il bracciantato, le piccole e medie imprese, l’economia, in generale, dipendevano da essa.
Negli anni ’30, nell’artigianato, vi erano circa 60 addetti tra: sarti, muratori, barbieri, sellai, carradori, falegnami, fabbri, cordai, calzolai, ciabattini e stagnini.Nelle attività commerciali vi erano 59 addetti tra: pasticcieri e caffettieri, osti, salumai, venditori di generi alimentari, macellai ecc.I professionisti erano 57 di cui: 21 laureati, 25 diplomati, 4 ufficiali, 5 sacerdoti, 2 maturati.Nel 1939 al Comune vi erano 13 addetti tra impiegati e dipendenti, 4 addetti ai Servizi Pubblici.Su una popolazione che aveva superato i 5226 abitanti già al censimento del 1936, risultavano, non addetti all’agricoltura circa 197 individui, di cui 57 professionisti e 140 addetti ad altri mestieri.Gli addetti all’agricoltura erano: i proprietari terrieri possessori di svariati ettari di terreno che formavano le grandi aziende, i piccoli proprietari, i fittavoli, i mezzadri, i conduttori di terreni in comodato che costituivano le piccole imprese, di solito, a conduzione familiare e gli enfiteuti.Vi erano, inoltre, i braccianti che lavoravano presso le suddette ditte, saltuariamente o come salariati.C’era infine il feudatario che deteneva la maggiore estensione terriera del nostro Comune.Sia i proprietari terrieri sia il feudatario, si servivano dei braccianti e dei salariati per la coltivazione delle loro terre. Nelle piccole aziende lavoravano, quasi sempre, le stesse famiglie. I caporali, specialmente durante i periodi della raccolta delle mandorle, delle olive, della semina dei legumi, dei cereali, della falciatura e della trebbiatura avevano il compito di reperire manodopera per le grandi aziende. In quei periodi capitava spesso che il bracciantato locale fosse insufficiente, si ricorreva allora a quello dei paesi vicini, Mottola, in particolare, Palagianello, Laterza e, durante la raccolta e la lavorazione delle olive, molta manodopera veniva persino dai paesi del Salento.La mezzadria, il fitto e il comodato ebbero una vasta applicazione contrattuale nel nostro paese.Alle coltivazioni classiche dei cereali e dei legumi si aggiungevano, da parte dei più intraprendenti, la vastissima coltivazione del pomodoro e degli ortaggi. Primeggiava, tra le varietà del pomodoro, la “galatina”, particolarmente indicata per la salsa; per questa caratteristica produzione, Palagiano prese il nome di “paese del pomodoro”. Il prodotto veniva venduto nei paesi vicini e a Taranto che assorbiva la maggior parte della produzione; in quella città il mercato si teneva nella città vecchia, a Piazza Fontana, successivamente, nel dopoguerra, si spostò a Piazza Marconi.Parecchi agricoltori ricordano anche di aver venduto il pomodoro alla Ditta Cirio di Napoli; i carri ferroviari venivano caricati nella stazione di Chiatòna diverse volte la settimana, nel periodo della raccolta.C’era chi prendeva in fitto terreni in agro di Castellaneta Marina dove si praticavano fitti meno cari o in contrada Gaudella, nel territorio di Castellaneta e persino nelle terre di Ginosa Marina; questi terreni erano idonei per la coltivazione del pomodoro, ma difficoltosi da raggiungere coi carri, sia per la lontananza, sia per le strade dissestate.Le raccolte del pomodoro, dei legumi verdi e dei cereali, erano attese dagli agricoltori con trepidazione. Con i ricavi si pagavano: le tasse, i fitti della casa e del terreno, le spese alimentari e del vestiario, le spese per la manutenzione degli attrezzi agricoli e degli animali e si completavano gli acquisti per il corredo delle ragazze.Anche le fiere si tenevano nel nostro Comune nei periodi delle raccolte: il 14 maggio, quando si incameravano i ricavi dei legumi verdi e, durante le festività di San Rocco, in agosto, quando si introitavano i ricavi dei cereali e del pomodoro. Si potevano comprare merci non facilmente reperibili nel paese e animali da lavoro e da cortile.Gli artigiani auguravano agli agricoltori buoni raccolti per ottenere nuove commesse e il pagamento dei lavori eseguiti.I commercianti di generi alimentari locali incassavano i corrispettivi delle derrate alimentari vendute alle famiglie contadine durante i mesi di magra, (“a crdenz”). Dai paesi vicini, in particolare da Putignano, venivano i commercianti di stoffe con i carri e, da Massafra, lanaioli, con le biciclette.Certamente i più felici erano i proprietari terrieri; i loro granai e i magazzini venivano riempiti di derrate portate direttamente a loro destinazione, dai mezzadri; là venivano controllate, pesate e depositate negli appositi box che, alla fine delle consegne, traboccavano.Gli agricoltori conservavano la parte dei i legumi e dei cereali a loro spettante, con gran cura; erano la sicurezza del cibo quotidiano per la famiglia e per gli animali che erano le “macchine” da lavoro di quei tempi.La “coltura” era una particolare forma di conduzione di appezzamenti seminativi o alberati: oliveti, mandorleti e vigneti appartenenti a piccoli proprietari che, per motivi vari, si trasferivano nelle città o non erano in grado di condurli personalmente; tale conduzione assicurava al proprietario una piccola parte del raccolto e la tenuta delle terre e degli alberi in buono stato.I conduttori dei fondi, da parte loro, si liberavano dal pagamento di qualunque tipo di canone e si assicuravano buona parte dei raccolti.La forma contrattuale più diffusa fu però, “la mezzadria”, fu applicata dai medi e dai grandi proprietari, molto vantaggiosa, per questi ultimi.Nel feudo del Romanazzi si applicarono sia la mezzadria, sia il fitto.Non mancarono contratti di enfiteusi e di fitto, delle terre comunali, sia quelle ricadenti nel nostro Comune, sia quelle ricadenti nel territorio della frazione di Palagianello, le più estese, stipulati tra il Comune, i feudatari e alcuni proprietari per nulla bisognosi di quelle terre.L’affranco delle terre a favore dei suddetti benestanti, ricadenti, per buona parte, nel territorio di Palagianello, allora ancora frazione di Palagiano, sottraeva al bilancio comunale, una parte delle entrate che potevano essere devolute ai cittadini della frazione, dal momento che questi, da anni, chiedevano la separazione del patrimonio e delle spese dal Comune capoluogo, per le sue inadempienze.Nella prima metà del secolo, non c’erano le estese coltivazioni arboree di agrumi di oggi. C’erano oliveti, mandorleti e pochi agrumeti nelle lame. Anche nel feudo c’erano poche estensioni di oliveti e mandorleti. Prevalevano, ovunque, vaste estensioni di terreno coltivato a cereali e legumi.Le messi si estendevano a perdita d’occhio e, in primavera, dall’alto delle colline si poteva vedere un mare verde ondeggiante, punteggiato qua e là di papaveri rossi, di margherite gialle e di violette.In estate quel verde si mutava in giallo oro, preludio alla falciatura degli steli curvi sotto il peso delle spighe gonfie di chicchi.Già nei primi giorni di giugno, quando il maggio non era stato piovoso, si potevano vedere i campi di avena falciati e i mucchi di covoni (“l’asjdd”) troneggianti, nel mezzo delle stoppie, per l’ultima essiccazione.Negli ultimi giorni di giugno seguiva la mietitura del grano, più lento a maturare, fino a luglio.La falciatura e la legatura avvenivano a mano; solo in pochissime aziende c’erano le falciatrici; nel ’40, comparvero le legatrici meccaniche, le une e le altre tirate dagli animali.La falciatura richiedeva molti operai che venivano anche da altri paesi. Questi sostavano in piazza, nelle ore pomeridiane, e, una volta ingaggiati, riposavano nella taverna, in qualche locale del proprietario o sulle panchine, in piazza.Il riposo era breve, partivano dopo la mezzanotte, perché la falciatura avveniva nelle ore fresche del primo mattino, l’eccessiva calura del giorno non permetteva la legatura dei covoni.Insieme ai falciatori lavoravano le operaie legatrici (“le liand”); avevano il compito di legare i mannelli lasciati sulla stoppia dai falciatori, con gli stessi steli e formare i covoni.Quando l’essiccazione era completa, i covoni si portavano all’aia per la trebbiatura che, di solito, avveniva con gli animali. Una trebbia meccanica era posseduta dal principe Romanazzi, già all’inizio del secolo; dagli anni ’30 in poi funzionarono due trebbie, una azionata da un trattore del Sig. Cosimo Gentile; una azionata da una locomotiva di proprietà del Sig. Cataldo Dell’Aglio.Spesso, nell’ambiente contadino, per le misurazioni dei cereali, dei legumi, del vino e delle terre si usavano ancora le misure borboniche, indicate anche in alcuni atti ufficiali.Nel nostro Comune, i contadini continuarono a dividere gli appezzamenti di terra, più che con gli ettari, in tomoli, partaggi, piantate e a misurare coi passi e le porche.
Fonte: Memoria storica del nostro ‘900, di Michele Orsini