PARTE PRIMA
La mia mente ha bisogno di una vacanza, aleggia nell’aria tanta insoddisfazione, questo fa parte della società di oggi, consumistica e avida di potere. Anche nei bambini la si trova, questa mania di volere tutto e presto. Infatti l’irrequietezza e la noia fanno sì che i loro giuochi durino poco. Voglio per questo fare un tuffo nel passato. Me lo posso permettere, i miei anni contano e lo dice il mio aspetto.Guardo così il mio paese che io amo molto, con me è cresciuto anche lui nel bene e nel male. Io non giudico la scelta di questo luogo sbagliato per mettere le radici, perché in pianura, quasi in una conca paludosa, forse in origine serviva solo per fare battaglie guardate dall’alto dagli abitanti di Mottola e di Palagianello che si erano precedentemente scelti un posto più sicuro.Palagiano rimane un centro agricolo che oggi conta quasi 15.000 abitanti, mentre quando io frequentavo la 1^ elementare nel 1937 di abitanti ne aveva 5.000..Via Dante, la mia strada, che mi ha visto bambina, il cui selciato, dopo una pioggia estiva, metteva in evidenza la battuta di pietra di cui era fatta,facendola brillare al sole; l’acqua la puliva e la imbiancava. Le case che la delineavano erano tutte basse, non avevano il primo piano, con una porta centrale in legno rovinata dal tempo, dove la vernice non esisteva più, rimanevano solo delle grosse crepe mangiate dal sole. In basso solo su un’anta di questa porta spiccava una apertura perfettamente rotonda, questa veniva fatta per dare la possibilità al gatto, che in ogni casa faceva da padrone, di uscire ed entrare anche di notte a suo piacere. Sulla facciata di queste case, quasi a delimitare il confine di ognuna di esse, il ceppo di un pergolato saliva lungo il muro sino ad arrivare al terrazzo dove finalmente il verde delle foglie dava forma ad una piccola capanna per poter godere il fresco. Erano dei piccoli nascondigli, era lì che venivano consumati gli amori proibiti. I grappoli di uva che noi, stando per la strada e guardando in alto, vedevamo maturare erano una tentazione, avvenivano dei piccoli furti che mandavano in bestia i padroni di casa, ma non c’erano denuncie e non arrivavano i carabinieri, tutto finiva lì con delle grida e sbattute di porte. Questa strada, come le altre, era assolata e deserta in estate tanto da far paura ad attraversarla. A noi bambini per non farci uscire durante le prime ore pomeridiane, considerate pericolose, raccontavano di personaggi fantasiosi che dovevano incuterci timore, come lo scorciamano ( inventato dalle donne in età avanzata), una figura che ancora oggi nella mia mente non è definita.Sento cantare un gallo, faccio così una constatazione, come questo strillo è vecchio, è lo stesso gallo di allora che, dopo un grosso temporale estivo, usciva maestoso da quei tuguri di case dove una tendina di stoffa grezza di solito di un bianco sporco faceva da scudo alla stanza; il gallo si strizza le piume liberandosi così di alcune goccioline di pioggia. Ma non è solo, lo segue una gallina con dei pulcini. Tutti tranquilli non sono disturbati da nessuno. Dietro di loro una donna appare col viso soddisfatto, mentre si asciuga le mani al grembiule. Saranno le ore diciotto pomeridiane, nell’aria si sente odore di minestra, certamente cotta con dei fagioli o con ceci. Arrivano gli uomini dal lavoro, seduti sul carretto con le redini e la frusta in mano, fanno la loro entrata rumorosa, sono le ruote che scorrono sulle pietre. Ma non basta, ci sono anche i loro cani, di solito dei volpini che, legati con una fune dietro i carri, abbaiano festosamente.Zia Rosalba si appresta ad andare incontro a zio Giglio, il marito, brontolando aiuta così a sguarnire il carro ed a portare il mulo dentro casa. Mentre dalla casa affianco, con tutta fretta, zia Rocchina, detta “la macchiarella ”, mette fuori l’uscio un arnese (lo snocciolatore del cotone) e seduta sulla panchetta si mette a lavorare. Angelina invece, tranquilla, porta fuori casa una sedia in paglia e riprende il suo lavoro a maglia; guarda suo marito che con del pane in mano siede sul gradino pronto a mangiare. Tutto questo si svolge in silenzio, sono i gesti che parlano, le parole vengono riservate a più tardi, quando tutti seduti in cerchio recitano il rosario. Ventura, dai modi bruschi, riprende la moglie bestemmiando. Questo fa sì che le donne, agitandosi tutte, si ribellano e sono parole dure.I bambini irrompono allegri nella strada, alcuni di questi a piedi nudi, ma i loro visi sono gioiosi e soddisfatti mentre gustano del pane come fosse un biscotto, con avidità.Dopo il rosario le donne si fanno delle confidenze, parlano così del pranzo e della vita piuttosto dura, piena di sacrifici, ma fatti quasi con gioia, senza rammarico. Sono rari i pettegolezzi, i fatti scabrosi sono pochi da raccontare. Ma quando avvenivano di solito si sussurravano in silenzio, come se lo scandalo avesse colpito un po’ tutti, i loro visi si facevano tristi, quasi sentendosi in colpa. Erano anni in cui la dottrina fascista serpeggiava lentamente nei cervelli dei contadini, duri ad aprirsi a nuove idee. Mentre negli animi dei giovani nasceva l’orgoglio di essere italiani. C’era il “sabato fascista” che veniva dedicato alla ginnastica fisica, dando così importanza agli allenamenti e alle manifestazioni sportive che si svolgevano in piazza. Tutti in divisa con un grado ben preciso. Da figlia della lupa a giovane fascista e a donna rurale. Il sabato, finite le lezioni si usciva da scuola, in ordine noi alunni, tutti in fila ed in silenzio; il capoclasse dava il saluto alla bandiera italiana con serietà dopo di ché si scioglievano le file.Il capo famiglia, dopo cena, usciva. La sua meta era la piazza dove incontrava i suoi compaesani, faceva così l’affare, vendere i pomodori, trovare l’aiuto per mietere il grano ed altro. Tornava a casa soddisfatto come se avesse fatto una conquista, di questo ne faceva consapevole la moglie, dopo di ché tutti a letto. Questo giaciglio non aveva le prestazioni di oggi, ma era fatto con delle basi in ferro dove venivano appoggiati dei grossi tavoloni, su questi poi spiccava un grosso materasso a strisce bianco e blu il cui tessuto era in canapa. Il cosiddetto saccone che aveva al centro una grossa apertura, essa serviva per gonfiarlo e per dargli forma. Infatti. infilandoci la mano dentro, le foglie di granturco secco di cui il saccone era pieno, muovendole acquistavano volume e si gonfiavano. Questo posto di riposo di solito ospitava più di una persona, oltre i genitori anche qualche figlio. In inverno questa ammucchiata poteva essere piacevole, dava la possibilità di riscaldarsi., Ma in estate diventava un vero sacrificio andare a dormire; era così che la persona più anziana, portandosi dietro un cuscino, si sdraiava sull’uscio di casa tranquilla sicura di non essere disturbata.Il giorno ancora non era nato, ma già il silenzio della notte veniva interrotto da rumori non sospetti , bensì conosciuti da tutti. Mentre la luce mattutina cominciava a dare forma alle cose, la strada prendeva vita. Il carretto era pronto, il mulo o il cavallo, già fuori l’uscio di casa dove aveva dormito, sembrava impaziente, pronto a partire, mentre la tranquillità degli uomini si manifestava attraverso i loro gesti, lenti ma ben precisi. La serenità dava ai loro visi segni di gioia, come se dovessero affrontare un giorno di festa. Il paese, quasi come toccato da una bacchetta magica, si metteva subito in movimento. Il fornaio o la fornaia bussava ad alcune porte. Ed usciva da queste con una abilità da saltimbanco, portava sul capo precedentemente coperto da un grosso tarallo di stoffa , una lunga e spessa striscia in legno dove erano poggiati in fila i panetti pronti per essere infornati e tramutati in pane croccante il cui profumo aleggiava nell’aria. A tutti veniva data la possibilità di sapere chi avesse del buon lievito per poi poterlo chiedere.C’era sempre gente dal fornaio, la cui personalità veniva rispettata. Io ricordo Mestagiro ed Elvira, una donna robusta e di poche parole, molto seria nel suo lavoro. Alcune volte era lei che ritirava la roba da infornare , oltre al pane si vedevano anche dei tegami, carne con patate, zucchine e cipolle con aceto, peperoni, melanzane ripiene, fichi, mandorle, taralli e biscotti. Si gustava così un buon arrosto, mentre gli odori che per le strade si sprigionavano ci facevano capire in che stagione dell’anno ci si trovava, oppure se era Natale o Pasqua, o San Rocco la festa Patronale. Solo durante il carnevale si gustavano le fave arrostite e i ceci infornati e trasformati in farinella. Si vedevano, così,girare per il paese i bambini con dei cartocci in mano.Alcune volte i tegami da forno venivano scambiati e, solo al momento di sedersi a tavola, ti accorgevi che al posto di un piatto di carne di coniglio avevi un piatto di carne di agnello. Subito si correva ai ripari, ma senza mortificare il garzone o il fornaio.La Chiesa non aveva il fascino di oggi. Pio XI, il Papa che l’11 febbraio del 1929 portò lo Stato Vaticano a conciliarsi con l’Italia, non aveva , come pure Pio XII che nel 1939 lo sostituì, quella esuberanza di religiosità che aleggia oggi. Tutti e due si potrebbero definire due bravi diplomatici. Sia i gesti che le parole, quando erano rivolte alla gente, sembravano studiate. Forse per questo difficilmente i giovani frequentavano le parrocchie. Ai Sacerdoti si rivolgevano più per avere una lezione di latino che per confessarsi. Io ricordo don Giovanni, il Parroco della Chiesa Grande, un bravo insegnante di lettere. E’ stato lui a dare quell‘insegnamento umanistico ai pochi studenti di allora, oggi anziani bravi professionisti. Alto e magro, la sua andatura era molto elegante. Serio e burbero con tutti, sul suo viso non trapelava alcuna emozione. Io non l’ho mai visto ridere. Masella di cognome, una famiglia di persone colte di cui faceva parte un veterinario, don Leonardo, anche lui Masella. Sua moglie donna Bice era insegnante.Il compito di detto Sacerdote, più che recitare salmi e dire messe, era quello di dare lezioni nel periodo estivo quando qualche ragazzo era costretto a dover riparare in alcune materie. Le lezioni le teneva in casa, con la porta aperta, incurante della gente di passaggio. Lo si vedeva e lo si sentiva; era un po’ balbuziente. Si schiaffeggiava il viso quando le mosche gli davano fastidio. Maneggiava una piccola bacchetta che oscillava continuamente specie quando dalla bocca dei suoi allievi uscivano dei grossi errori di grammatica. Ma le loro teste non venivano colpite, al contrario di don Luigi Balestra, fiduciario ed insegnante della Scuola Elementare, che con una lunga canna teneva a bada, stando seduto dietro la cattedra, gli scolari degli ultimi banchi, riusciva così a colpirli in testa. Faceva un po’ paura, forse per la sua altezza e robustezza, bastava che facesse due passi per raggiungerti. Non ti potevi sottrarre da nessuna marachella. Con don Giovanni potevi sorridere quando sbagliavi, con don Luigi non te lo potevi permettere. Molto tempo dopo, a queste due figure si aggiunsero quella di Don Leonardo e quella di Don Donato, fisicamente opposti ai sacerdoti che ho descritto prima in quanto bassi e un po’ rubicondi. Questi Sacerdoti non si barricavano come oggi nelle loro Chiese, svolgendo attività burocratiche, ma giravano per il paese. Vedevi così queste figure nere sbucare per le strade. Visitavano i malati, sostavano a parlare con la gente ed alcune volte, come Don Giovanni che si sedeva volentieri con qualche amico per fumare una sigaretta.Subito dopo il periodo pasquale si usava benedire le case. Per l’occasione si vedeva un piccolo gruppo formato dal Prete con una stola al collo di colore giallo che dava una nota vivace a tutto il nero del vestito. Il Sacrestano con il secchiello che conteneva l’acqua benedetta ed un bambino con un piccolo paniere vuoto. Questo si riempiva di uova fresche e a volte di biscotti e di pochi soldi. Era l’obolo che veniva fatto dalle donne, che per l’occasione tiravano a lucido le loro case mettendole in mostra..Le strade non servivano per dividere le case e dare un po’ di privasi alla gente. Ma al contrario tutto si sapeva di tutti, venivano così svelate le faccende umane.Un grosso bidone messo di traverso su un carretto, un carrobotte, con una apertura centrale, tirato a mano da un uomo serviva per buttarci dentro i bisogni personali (la carrizza). Di solito erano le donne che uscivano dalle loro case con un grosso vaso di creta (chiamato candro) per liberarsi del contenuto puzzolente e disgustoso. Era uno strillo di tromba che le avvisava, questo nelle prime ore del mattino. Non esistevano le fogne, pochi abitanti possedevano un pozzo nero. Succedeva che alcune volte per liberarsi dell’orina i vasi venivano svuotati per la strada, incuranti dei passanti.Non tutti gli odori erano sgradevoli, alcune volte erano graditi. Nel periodo estivo, in agosto, tutti facevano la salsa di pomodori, il paese così si trasformava in un immenso pentolone di conserva e tutto si tingeva di rosso. Mentre ogni angolino era valido per accendere il fuoco.In autunno si aprivano, come ancora oggi, i frantoi, circa cinque in Palagiano, solo due del Principe Romanizzi. Questo perché gli uliveti sono sempre stati una ricchezza per questo paese.Novembre non è solo il mese che induce la gente a visitare i cimiteri, ma allora come oggi è anche dedicato alla raccolta delle olive.Ecco nell’aria che si sprigiona un altro odore, quello della morchia; mentre le strade oltre ad assumere quel colore particolare dovuto all’umidità, diventano viscide, quasi impastate di grasso. La frangitura delle olive avveniva allora in maniera rudimentale, il torchio consisteva in due grandi ruote di pietra, tenuto in moto dai cavalli, che giravano continuamente intorno. Questo pressava delle grosse ciambelle in corda piene di olive mature ( i fiscoli). Assunti dal capo frantoiano (magghiere) arrivavano in paese alcuni giovani dalla provincia di Lecce ( i puopt). Venivano notati perché giravano per il paese scalzi e vestiti miseramente, portavano a destinazione l’olio caricandosi sulle spalle sacchi a sghimbescio di pelle (otri) A quei tempi quelli erano i contenitori. Questa mano d’opera leccese continuava anche nella lavorazione del tabacco che insieme alla pianta del ricino costituivano le coltivazioni importantiAnche mio padre assumeva questi giovani forestieri per i lavori sopra detti e per altri. Essi venivano ospitati in alcune masserie come Chiatona (Palmuntana), palude molitana , Frassino Colombo (qua si muore). Saracco Benvenuto, chiamato dalla gente “il caporale”, ebbe un ruolo importante nella vita di questo paese. Era tenuto in considerazione per la sua bontà e onestà. Questo fu forse il motivo per cui il principe Romanizzi dal 1923 gli aveva dato in consegna 1.400 ettari di terra e più di 600 ettari di bosco. In poche parole faceva l’Amministratore.Trafugando nel passato, è come se allora non ci fossero buchi neri, la trasparenza della nostra vita quotidiana ci guidava in tutte le azioni. Tutto si svolgeva per le strade, l’artigiano lo si individuava facilmente. Ciccio Malagnino, un bravo carpentiere, carradore, costruiva carretti e aveva il suo banco da lavoro su una piazzetta sottostante la sua abitazione. Era lì che si attardava sino al tramonto. Una persona alta e seria che mentre era occupato salutava il passante rivolgendo a costui qualche commento.Io più che da falegname lo apprezzavo per le sue qualità di guaritore. Infatti ci si rivolgeva a lui quando si aveva male all’orecchio. Questi preparava un mattone refrattario di piccole dimensioni sul cui lato faceva un disegno col carbone , una stella a cinque punte. Poi ben riscaldato lo poggiava dove si aveva il dolore. Ricordo che il male passava.A proposito di piccoli mali ricordo anche una donna che chiamavano “la leccese”, forse per le sue origini, che si apprestava a fare delle ingessature quando qualcuno si slogava gli arti. Questa operazione la faceva con della canapa e del bianco d’uovo sbattuto. Tutto tornava al suo posto, non so in quale modo. Mia madre si rivolse a questa donna sia per un braccio di mio fratello rovinatosi per una banale caduta per le scale, sia per un grosso cane spinone che girava tranquillo, per il paese, simpatico poi con quella zampa fasciata, si chiamava Gip.Io non starò a scrivere la storia di Palagiano. Non parlerò di Cardinale, una costruzione ad angolo, malandata, che apparteneva al Principe Romanazzi Carducci, oggi non esiste più, al suo posto ci sono alcuni uffici comunali. Ma ricorderò Alfonso Rospo uno dei cordai del paese “ trifilaio”, occupava tutto il piazzale, sempre ad angolo, per svolgere il suo lavoro, realizzava funi e fiscoli che servivano per fare l’olio; aveva bisogno di tanto spazio e se lo prendeva. Tale costruzione vecchia “Cardinale” si affacciava sul corso principale, su di un lato c’era una vetrina di pessima fattura, dietro questa il viso di una donna, piuttosto gradevole, era sempre presente, la chiamavano “la Gioconda”.I negozi che davano vita al commercio si potevano contare sulle ditta. Per quel che ricordo era di Oliva la salumeria, piccola ma ben stipata, ubicata dirimpetto alla villetta con la recinzione in ferro dove un cancello si apriva sul portone del palazzo Romanizzi. Subito dopo ecco Maria Stella, vendeva il latte in una stanza di pochi metri quadrati; nonostante avesse tanti figli con il suo lavoro riuscì a dare ad essi una personalità rispettabile, facendoli studiare.Nicolino, un invalido, la vetrina misera mette in mostra insieme alle matassine di cotone i cartucci colorati, la passione dei bambini. Non aveva insegna, tra le altre cose vendeva anche i legumi. Poteva essere una merceria. Sullo stesso percorso, procedendo avanti, si trovava Tarasco, un punto di vendita dove trovavi del buon salame , ma anche dei formaggi di qualità. Il negozio era diviso in due da un paravento di legno. Dietro di questo gli uomini seduti intorno ad un tavolino giocavano a carte e nello stesso tempo bevevano il vino, una mezza cantina. Così mentre si acquistava si sentivano delle voci allegre. Subito dopo, andando avanti, quasi a fianco, c’era Nardina, più che un negozio il suo sembrava uno spaccio, forse perché dei grossi sacchi erano ammassati al muro, contenevano la farina. La pasta veniva venduta sfusa e non confezionata in pacchetti. Ma di questo ciò che è rimasto impresso nella mia mente erano delle grandi casse contenenti zucchero a pezzi, cosa che oggi non si vede più.Questi i negozi sul Corso Vittorio Emanuele. Poi c’erano i tabacchini, un po’ particolare era quello di Nicola Schiavone, detto “ il Salinaio”. Un personaggio flemmatico e molto buono, indossava sempre uno spolverino grigio che si armonizzava bene con l’arredo del negozio. Gli occhiali a pinza sul naso sembravano che da un momento all’altro dovessero cadere. Era qui che i furbacchioni rifilavano i soldi falsi. Nei pomeriggi estivi tutti questi negozietti avevano d’avanti la porta una sedia o uno sgabello: si sostava seduti aspettando il cliente. Dove brulicava più gente era dal barbiere. Mentre si aspettava il proprio turno si leggeva il giornale messo a disposizione e nello stesso tempo si ascoltava il giovane allievo che suonava il mandolino. Nell’aria si sprigionava quel caratteristico odore di borotalco, questo odore lo si sentiva anche nei piccoli calendari distribuiti nel periodo natalizio. I giovani li custodivano gelosamente nei portafogli. Erano immagini un po’ scabrose. Donnette in posa quasi nude.Tutti i barbieri svolgevano la loro attività nei monolocali affacciati sulla piazza, quindi facilmente rintracciabili. Era lì il covo del pettegolezzo, lì nasceva ma poteva anche morire. Povera donna costretta a passare davanti a questi! Lo faceva quasi correndo per evitare gli sguardi concentrati su di lei, sembravano spogliarla, mentre arrossiva doveva tapparsi le orecchie per non udire i commenti.La piazza assumeva l’aspetto di un piccolo salotto borghese; la strada principale Corso Vittorio Emanuele, che la affiancava, era quasi deserta, difficilmente percorsa da qualche veicolo. Quando questo succedeva un polverone era pronto a dare fastidio. Ma nonostante questo un circolo ricreativo disponeva di sedie all’aperto, distribuite in malo modo. Qui sedevano i pochi professionisti, i loro volti sembravano fatti con uno stampino, in quanto avevano tutti la stessa staticità. Insieme a questi si accompagnava anche qualcuno che aveva frequentato a mala pena la quinta elementare o la sesta, così si diceva. Comunque quasi tutti con un giornale in mano, che più che per aggiornarsi lo tenevano per darsi un certo tono. Fra queste persone spiccava la figura di Don Peppe “ il gobbo”, con quel suo corpo rannicchiato faceva un po’ spavento, ma molto serio ed innocuo partecipava alla vita sociale con la sua voce nasale e roca nello stesso tempo. Io, amica di una sua nipote, sono stata a ballare in casa sua; è stato proprio lì che ho scoperto che era un bravo suonatore di violoncello. Era un po’ ridicolo col suo strumento musicale che come altezza lo sorpassava di parecchio.; ma tuttuno con questo quando lo suonava, il tutto prendeva la forma del ciondolo porta fortuna.Due le pasticcerie. Quella di Quaratino, che si trovava ad angolo tra la piazza Cesare Battisti ed il corso principale. Una vetrina metteva in mostra la pasta reale trasformata in bellissima frutta, tra questa spiccavano le bambole di panno Lenci. Sempre dello stesso tessuto una mucca di colore marrone dondolava continuamente la testa. Per quei tempi era una novità. Alcune bambine nella loro ingenuità, guardandola ripetevano col capo il movimento monotono. Nanuccio e la moglie con i loro candidi grembiuli profumavano di vaniglia.La pasticceria di Antonio Oliva si affacciava su piazza Vittorio Veneto, mentre la porta di servizio dava su una stradina, via dei Mille. Oltre ad essere pasticcere Antonio era un bravo cuoco. Era stato a Parigi, era proprio lì che aveva imparato il mestiere. Mia madre, quando doveva preparare un piatto importante, si rivolgeva a lui ed insieme consultavano un libro di cucina scritto in lingua francese.Mentre l’orologio comunale batteva le ore, in questo spazio quadrato la vita concentrava il lavoro.Tra alcuni odori particolari ricordo quello del cuoio. Tre erano i sellai che operavano anche fuori i loro laboratori: Mappa, Liverano e Cannarile. Accomunati tra di loro, io li notavo perché indossavano pantaloni impastati di grasso, quindi lucidi, mentre i loro grembiuli erano in pelle. Indaffarati e non curanti dei passanti, continuavano il loro lavoro all’aperto. Alcune sedie vecchiotte e malandate sempre fuori, servivano per poggiare i guarnimenti dei cavalli.Il pomeriggio sta per finire, le luci non sono accese e il sole è sparito dietro la taverna, una antica costruzione, serviva a dare alloggio anticamente ai forestieri costretti ad attraversare il paese. Questo luogo che oggi non esiste più faceva fantasticare la mente. Si diceva che fra le sue mura in un pozzo nascondesse un tesoro. Mio padre ci credette e, mettendosi d’accordo con un fidato muratore, lo esplorò. Non trovò nulla, rimase così solo una leggenda.Subito dopo questo rudere venne utilizzato per delle piccole abitazioni, in seguito ci fu una sopraelevazione. Questo luogo cambiò immediatamente aspetto. Rivedo nei miei ricordi “il gelatiere”, che mise le sue radici proprio dove era un tempo l’entrata della taverna. Vendeva il ghiaccio, lo teneva a grosse stecche nella paglia e lo spaccava con un piccone quando qualcuno lo richiedeva. Questo nelle giornate afose estive. Non c’erano i frigoriferi per alleviare la sete. Il gelatiere faceva anche delle bibite con un arnese somigliante ad una piccola pialla, frantumava il ghiaccio e lo colorava con degli sciroppi alla menta e alla amarena. Questo luogo ha mantenuto la sua identità, tramutandosi in una gelateria che ancora oggi esiste. Chi la gestisce è originario della stessa famiglia.Un piccolo ufficio dove si intravedevano delle panche scolastiche, disposte come nelle aule, era la sede locale della Associazione degli Agricoltori la cui segreteria era capeggiata dall’insegnante in pensione Rocco Chimienti, una persona colta che, durante alcune ore della giornata si dedicava a raccogliere scatolette di latta vuote, spingendole fin nel locale sottostante la sua abitazione ubicata sulla piazzetta Sinfisi dove attualmente sorge il monumento ai caduti in guerra. Questo lo faceva con la punta di un bastone. Trasandato nel vestire, alcune volte si presentava in pubblico con le scarpe una di un colore diverso dall’altra e di pessima qualità. Quando poi aveva raggiunto un bel numero di lattine vuote e averne fatto un bel mucchio, realizzava dei rotolini, a mò di cartoncini, e poi unendoli fra loro ricavava delle tende piuttosto pesanti da sistemare dinanzi le porte. Don Rocco Cartone, così lo chiamavano.Non so per quale motivo pensando ad alcuni personaggi vissuti in quei tempi, trovo in loro qualcosa di particolare, quasi di strano. Forse perché oggi, viviamo frettolosamente ed evitiamo di guardare la gente, come se non esistesse. La calma ed il tempo non rubato ci dava la possibilità di osservare con attenzione, facendo apparire importanti anche le cose più semplici.Il farmacista Scarcella, unico in Palagiano nella sua professione. Calabrese, aveva qualcosa nel suo modo di fare, tanto da mettere soggezione. Molto preparato nel suo lavoro. Amava la musica classica. Aveva idee sovversive, era antifascista e per questo dovette subire il soggiorno obbligato al confine di polizia. Bravo nel preparare la medicina ( ai tempi di cui parlo non erano tutte pillole); il salicilato di metile veniva confezionato con cartine, come anche il sale inglese che serviva per purgare. Gentile nel farti passare il dolore di denti poggiando uno stecchino imbevuto di qualcosa di miracoloso in bocca dove c’era la caria. Difficile rintracciare un dentista, per cavarti un dente dovevi rivolgerti necessariamente al barbiere.Don Ciccio, mentre lentamente ti serviva, canticchiava in modo dispregiativo il motivo allora in voga di “Giovinezza …Giovinezza” trasformandolo in “Fiezzo…Fiezzo …Fiezzo”Eravamo abituati a questa sua eccentricità. Faceva delle lunghe passeggiate notturne, specie quando nel cielo si vedeva la luna piena. Aveva problemi di respirazione. Solo e vestito di nero faceva spavento incontrarlo, tanto da attribuirgli la facoltà di lupo mannaro, un personaggio da favola.“Macallè… Macallè” ecco un’altra parola che diceva spesso con l’aggiunta di una parolaccia, mentre faceva il conto con calma non curante della gente che aveva fretta.La malattia non faceva paura come oggi, la parola tumore non esisteva, al suo posto quando qualcuno moriva, la colpa si attribuiva ad una colica chiusa.Igiene, prevenzione, tutte cose inesistenti, la gente si ammalava di tifo e di tubercolosi, questa poi portò al cimitero un bel numero di giovani, strappandoli proprio nel loro splendore, alle loro famiglie.In casa la medicina che trovavi era il chinino, pasticche colorate che quasi ti venivano imposte dal governo. Si prendevano per combattere la malaria, un’altra malattia che faceva strage e dava un colorito giallastro.A curare questi mali ecco un altro personaggio, il Dottore e Medico Condotto Baldassarre Blasi, nativo di Massafra, di questo paese conservava nel parlare una certa cadenza dialettale particolare che lo rendeva simpatico. Amico di tutti girava per il paese facendo visite domiciliari. Indossava sempre, incurante del cambio di stagione, uno spolverino grigio, accompagnato da un ombrellino dello stesso colore, anche durante le calde giornate estive. Socievole e buono con tutti, specie con i bambini, infatti mentre li visitava era pronto ad offrire loro alcune caramelle o cioccolatini che per l’occasione teneva in tasca. Si impegnava molto nella professione, era capace di stare tutta la notte seduto al capezzale del malato, andando via all’alba. Nella sua semplicità dava tanta fiducia. Però devo dire che quando qualche bambino veniva fuori da una brutta malattia, come la difterite o il tifo, non solo si ringraziava il medico ma anche il Santo che lo aveva salvato.Il prediletto della sfera celeste era Sant’Antonio. Si faceva così una promessa, il voto consisteva facendo indossare per mesi o anche per anni, dipendeva dalla gravità del male, il saio al bambino o al ragazzo.Vedevi per il paese tanti monaci in miniatura, un po’ ridicoli, seduti per terra a giocare con i sassolini , oppure a saltellare giocando alla campana, ai quattro cantoni o a mamma gattona. Col tempo e con la crescita dei figli un po’ veloce, vedevi questi vestiti indossati male perché si accorciavano di orlo e di maniche. Una penitenza che il piccolo malato doveva pagare con rassegnazione, costretto ad andare così anche a scuola.La scuola faceva paura, ci si apprestava a frequentarla con rassegnazione. Timorosi i ragazzi di fronte all’insegnante, che parlava in italiano, con il loro linguaggio dialettale facevano fatica a coniugare i verbi. L’ambiente familiare non ti poteva dare alcun aiuto, anche perché i discorsi che si facevano in casa erano pochi, i pensieri non erano pronti ad esprimere un giudizio, solo il lavoro e la miseria occupavano la mente dei genitori. In alcuni ambienti ci si rivolgeva al proprio padre con la parola “ Signerì” e con soggezione.Il sussidiario e il sillabario erano i primi libri che ti trovavi sotto il braccio quando entravi in aula, uguali in tutto lo Stato italiano; erano ricoperti con cura con della carta paglia, quella che serviva a contenere gli alimenti, te la trovavi in mano quando uscivi dai negozi, serviva per incartare il pane o la pasta. Non si buttava nulla, questa carta veniva poi piegata e conservata con cura.Le cartelle erano rare e se ne vedevi qualcuna, essa era di cartone, che dopo pochi giorni si rompeva, o di stoffa confezionata in casa: la buggia. In seguito lo studente raccoglieva i libri in due tavolette lucidate e tenute insieme da due stringhe in pelle chiuse da una fibia.L’edificio scolastico di Viale Stazione, la bella costruzione che ancora oggi fa onore al paese, nei miei primi ricordi non esisteva, venne costruita tra il 1935 ed il 1937. Oggi essa rimane un complesso moderno che si distingue dalle case del circondario. Forse perché lineare nella sua struttura e nella particolarità del suo colore: rosso pompeiano. Bando a tutto questo, la scuola dove io e quelli della mia stessa età hanno frequentato i primi anni delle elementari, si trovava in Corso Lenne, tra la Chiesa della Madonna Maria Immacolata e la vecchia ex Caserma dei Carabinieri. Da premettere che a quei tempi, dove oggi è un luogo sacro, si faceva cinema. Un certo Gaetano Lopano di Laterza solo il sabato e la domenica si apprestava a farci godere qualche film, portando le attrezzature cinematografiche in una automobile; insomma un proiettore volante.I nostri banchi scolastici, di vecchia struttura, avevano sul piano alla destra di chi si sedeva il posto del calamaio pieno di inchiostro, dove si intingeva il pennino per scrivere. Immaginate le macchie!Quando si sentiva il bisogno di andare al bagno, si doveva attraversare un cortile esterno, questo anche quando pioveva. Il gabinetto era un piccolo sgabuzzino con un pozzo nero. Da premettere che questo spazio esterno, dove in inverno durante il periodo scolastico a noi ragazzi ci facevano marciare per sgranchirci le gambe, diventava luogo di svago per gli adulti nel periodo estivo.I film si godevano all’aperto, infatti questo luogo, dove seduti su sedie sgangherate dovevi restare fermo altrimenti lo scricchiolio di queste poteva disturbare il pubblico, diventò l’Arena, si faceva anche teatro e la filodrammatica; solo le donne più emancipate frequentavano questo luogo.Fra il cinema la scuola e la caserma i personaggi che affiorano alla mia mente posso descriverli così: Maria Stella la bidella, alta, una bella donna per quei tempi, sempre attenta nel sorvegliare i bambini e ad ubbidire alle richieste delle insegnanti. Di queste quelle più di spicco erano la Tammaccaro, una donna dinamica e svelta, infatti dovendola proiettare in questo periodo di vita non stonerebbe ma si armonizzerebbe bene nella società di oggi. La Ricci piuttosto grassa e trasandata nel vestire, bruna e con viso non curato, di questa ricordo i baffi.Donna Lucietta, di cognome Rospo, severa e nervosa, faceva paura.In seguito la Berardi, buona e dolce nei nostri riguardi. Poteva paragonarsi ad una mamma.La signorina Orsini, credo fosse la più giovane, questa oltre ad essere una brava insegnante, rivestiva degli incarichi politici, indossava la divisa fascista con orgoglio, gonna e giacca di colore nero; questo suo amore per il partito le costò caro, perché quando il fascismo cadde, la punirono togliendole lo stipendio per un certo periodo e la sospesero dall’insegnamento scolastico. Lei era molto religiosa, frequentava la chiesa. In seguito, con l’avvento della democrazia cristiana, venne subito reintegrata nella scuola. Anche altra gente, onesta e buona subì la stessa punizione. I Carabinieri, un corpo militare a servizio della gente, avevano ben poco da fare in un paese tranquillo direi quasi morto. Ecco Chirizzi, il carabiniere amante degli animali che aveva fatto della sua residenza un piccolo serraglio, con colombi, caprette ed altro. Questa sua eccentricità veniva colmata dal fatto che andava in giro portandosi in tasca un ghiro, che di tanto in tanto gli saliva sulle spalle.I Vigili Urbani, un numero ridotto, solo due: Marra Francesco e Savino Giuseppe, non sfoggiavano così come si fa oggi la divisa elegante e la grande uniforme, non avevano notorietà, ancora oggi mi domando quale era il loro compito. Fare la contravvenzione ai proprietari dei carretti o traini che con un ordine quasi maniacale depositavano, quando tornavano dal lavoro? Questi mezzi di trasporto, con le stanghe alzate in aria, venivano depositati in fila vicino l’uscio di casa. Ai tempi di cui sto parlando Palagiano aveva anche un Macello che funzionava. Di questo oggi è rimasto solo il nome, serve per identificare la zona che oggi è un presidio urbano abitato. Il custode era Alfredo Schiattone Il Cimitero, questo luogo triste e cupo che con il passare degli anni si allarga sempre di più, aveva come sorvegliante Carmignano Pasquale, il camposantaro.Gli impiegati comunali erano: Paolo Rospo, Ferrante Luigi e Giambattista Trisolini. A queste poche persone era assegnato il compito di servire la gente, tutto procedeva bene, mentre oggi la grande squadra lavorativa che opera sul municipio non basta.Giambattista si identificava molto nel suo lavoro, se dovessi dare un premio ad un impiegato modello lo darei a questo. Piccolo e diligente, un po’ come il “Mattia Pascal” di Pirandello, con quelle sue sopramaniche nere che servivano per proteggere la giacca. Il messo comunale era Vincenzo Valente; il suo lavoro era un atto di pacificazione. Invece oggi quando un messo si presenta bussando alla porta di casa porta sempre con sé un po’ di batticuore.L’inserviente era Colapinto Isabella, piccola di fattezze tanto da sembrare gracile. Disponibile nelle esigenze di allora. La rivedo ancora quando si apprestava ad accendere il fuoco nel braciere. Questo nei mesi freddi, per riscaldare gli uffici comunali.Il Comandante la Stazione dei Carabieri: Mario Torelli. Un pacificatore perché quando succedeva qualche malefatta, più che punire, era quello che dava dei buoni consigli. Amico di tutti. Il paese rimaneva tranquillo.La Stazione, ai tempi di cui parlo, era tranquilla, perché il treno era l’unico mezzo concreto per uscire fuori dall’abitato. Era così che il capostazione Alfredo Berardi era conosciuto da tutti, specie dagli studenti e da alcuni operai.Per poter frequentare la scuola superiore o andare a lavorare, eri costretto a raggiungere la stazione, dovevi quindi percorrere quattro chilometri in bicicletta di buon mattino. Un’ansia ti accompagnava a superare il primo, il secondo e poi il quarto e quinto ponte. Nel 1935 una legge dava la possibilità di poter usufruire di un abbonamento agevolato. In quel periodo l’Italia stava conquistando l’Abissinia.Molto tempo prima, invece, alcuni studenti e lavoratori raggiungevano Taranto in bicicletta, beato chi la possedeva!Adolfo Loforese, napoletano, in società con il fratello che lavorava a Mottola, creò un servizio postale, possedeva anche una macchina da noleggio e si serviva di Iacobino Raffaele nell’organizzare alcuni viaggi a servizio della gente per Taranto o per Bari.Quindi il piccolo autobus, adibito al trasporto di lettere e pacchi alla stazione divenne in seguito un mezzo di trasporto per gli studenti ed operai. “la posta”.Tornando al capostazione, esso era un po’ come un padre per questa squadra vincente di giovani che trasportavano addirittura sul telaio della propria bicicletta anche qualche ragazza. Il freddo, la pioggia e la neve, nei mesi di gennaio e febbraio, venivano sfidati con allegria, perché c’era la giovinezza. Si pedalava e si cantava e il sacrificio diventava minimo. Quando le goccioline fitte e fredde cadevano dal cielo, non ti scoraggiavi se non avevi nulla per coprirti la testa. Prendevi il fazzoletto che la mattina prima di partire la mamma premurosa ti aveva dato, facevi quattro nodi agli angoli di questo e così ricavavi un comodo cappello. Quasi al buio i nostri giovani si rifugiavano nella sala d’aspetto per evitare il freddo nell’attesa che arrivasse il treno. Immaginate il chiasso e gli scherzi. Questi i nomi dei giovani che io ricordo: Carmelo Notaristefano e la sorella Giovanna, Gabriele Malagnino, Vittorio Liberano, Sandrino Moschetti, Totonno Dell’aglio Scarcella Angelo e Mario, Nunzio Casamassima, i miei due fratelli Guglielmo ed Angelino e Cenzino Cetera che poi diventò mio marito.Poche le donne: Filomena Gisonna, Maria Scapati, Lauretta Rospo e le due cugine Vittoria figlia di Leonardo e Vittoria figlia di Antonio Schiamone, quest’ultimo insegnante e podestà di Palagiano, così veniva chiamato il Sindaco, primo cittadino del paese. Ragazzi affiatati ed uniti, sia nello studio come nei giuochi. Spavaldi quando in gruppo erano pronti a sferrare qualche scherzo. Si creavano un soggetto da bersagliare, quando qualcuno ai loro occhi appariva strano e ridicolo. Povero cristo quando uno di questi capitava sotto le loro grinfie! Erano continuamente capaci di insistere su questo perfido gioco, instancabili. Nunzio Curtied, Angelo strappone e Compare Nunzio. Questi alcuni personaggi. Che hanno subito varie angherie da parte di studenti. Anche qualche barbiere diventò povera vittima delle loro crudeltà. Questo il loro motto : “tutti per uno e uno per tutti” Era così anche quando tutti insieme marinavano la scuola e facevano il cosiddetto filone.
In amore invece diventavano teneri e romantici, la loro dichiarazione fatta alla ragazza del cuore, veniva sempre completata da una serenata notturna.
PARTE SECONDA
Ma anche qui non eri solo, ti facevi aiutare da qualche amico capace di suonare il mandolino o la chitarra, in seguito la fisarmonica. Quello che si riteneva avesse la voce da tenore cantava la canzone prediletta dalla ragazza alla quale era dedicato il messaggio d’amore. Non era detto che questo veniva sempre accettato. Talvolta la ricompensa era un grosso scroscia d’acqua lanciato dalla finestra o dalla porta . Natale, la festa più bella dell’anno, non aveva lo sfarzo di oggi, niente luminarie e lucine, era qualcosa che sentivi nel cuore e che ti portava ad essere buono. Senza la ricompensa del regalo che oggi va tanto di moda.In qualche famiglia veniva concesso lo spazio in un angolo della casa, dove potevi allestire un presepe. Questo consisteva in un ramo di pino sistemato ad arco, dove in basso su del muschio che, precedentemente si andava a raccogliere con grande gioia, trovavano posto pochi pupazzetti usciti con cura dalle scatole, e naturalmente la natività. La befana era molto povera, faceva un po’ chiasso quella fascista che provvedeva per i bambini bisognosi. Certo anche allora c’erano i ricchi , ma cosa avveniva nelle loro case non si sapeva.La mattina di questo ultimo giorno che chiudeva il periodo dedicato alle feste invernali, in quasi tutte le famiglie sia borghesi che contadine veniva rallegrata dalla scoperta di una bella calza e ben piena. Certo non come quelle di oggi ornate di pizzo con fantasia, ma di fattezze grezze in cotone o in lana, lavorate a mano: dentro quattro o cinque noci, una arancia agra, pochi fichi secchi e raramente i confetti ricci, per completare il carbone, questo con parsimonia perché come la legna serviva per cucinare.Fra i ricordi più belli i pomeriggi invernali. Le strade all’imbrunire deserte, pochi passanti, quindi silenziose. A malapena se ti trovavi ad attraversare una di queste, sentivi le voci degli abitanti, provenienti dalle case, ovattate accompagnate dal piacevole e breve rumore dell’arcolaio, un arnese domestico di forma circolare, che tramutava la matassa di lana o di cotone in un gomitolo di filo pronto per essere lavorato. Gustavi quell’odore di fumo che usciva dai camini, con lo scirocco umido e freddo questo invece di alzarsi ed andare in alto, tendeva a scendere in basso, quindi ti avvolgeva e ti dava la sensazione di camminare nella nebbia. Si sfidava il freddo indossando il cappotto, che solo noi giovani possedevamo, di fattura pessima, ed anche come tessuto non era un granchè. L’autarchia ci aveva inculcato il senso del risparmio e della rinuncia. Unico capo pesante per affrontare più di un inverno.Le donne di età matura mettevano il naso fuori l’uscio di casa, quando arrivava il freddo, buttandosi sulle spalle lo scialle fatto all’uncinetto in diversi colori, erano i rimasugli di gomitoli di lana, oppure una sorta di coperta in colore scuro poggiato a triangolo sulle spalle, il fazzolettone. Nato in famiglia, come le lenzuola e le tovaglie per il corredo, infatti veniva confezionato al telaio che in alcune casa occupava mezza stanza; una macchina primitiva fatta in legno, i cui organi venivano manovrati a mano e con il pedale. Questo strumento lavorativo veniva usato in alcune ore della giornata, quando gli altri lavori non ti impegnavano; come quello del bucato: un compito molto duro per le donne ! L’acqua potabile non arrivava nelle case, ma solo alle fontane distribuite in diversi punti del paese; quindi dovevi recarti ad una di queste più vicina e più volte, con un secchio o con un recipiente di creta, maiolicato all’interna . l’orcia “Arzola”. Si mettevano a bagno i panni in un vaso sempre maiolicato all’interno ed a forma conica “ il limmo”; i panni venivano stropicciati su una tavoletta dentata (strigaturo) con il sapone fatto in casa. Questo si ricavava con i residui di olio e con della soda. Dopo di chè i panni venivano piegati e messi uno sopra l’altro in una grossa tina di creta, questa, dove in fondo un foro a mò di rubinetto dava la possibilità di eliminare l’acqua che bollente si versava più volte su un telo grezzo (cernaturo) che copriva tutto, colmo di cenere. Questa acqua, la liscivia, non si buttava, ma si raccoglieva in alcuni recipienti perché serviva durante la settimana per lavare le piccole cose. Era una faticaccia, oltretutto dovevi avere sempre il fuoco acceso sotto la caldaia. L’arredo di queste case, perdeva di quello squallore quotidiano. Il vapore del bucato dava a questa un profumo che la gratificava. Oggi è difficile sentirlo. Il significato della frase “tempo libero” non si conosceva, per questo non veniva mai pronunciata. Alle bambine veniva insegnato il lavoro del cucito e del ricamo, lo si faceva nei mesi freddi, seduti intorno al braciere dove una pedana circolare ti dava la possibilità di poggiare i piedi. Era qui che i primi saggi consigli ti venivano suggeriti dalla mamma o dalla nonna. Un sistema educativo fatto con amore. L’inverno molto lungo, la poca luce crepuscolare, incuteva negli animi giovanili un po’ di tristezza. Ma ecco che dopo il 13 di gennaio, qualcosa si svegliava. Sant’Antonio canti e suoni. Passandosi la parola, a quei tempi non c’erano i cellulari, i giovani si davano l’appuntamento da qualche parte, nasceva così il festino.Il gruppo degli studenti aveva una meta fissa dove ballare, da zia Annina Scapati, una donna molto allegra e socievole. Essa metteva a disposizione la sua casa, divenne la zia di tutti. Ricordo Stellina Montanaro, per quell’epoca era moderna, e poi Narduccio Milano che ballava con passione. Niente trucco, niente abiti eleganti, anche perché non li avevamo; talvolta per l’occasione indossavamo il pullover fatto a mano da noi stesse. La festa iniziava con la quadriglia. Un ballo dove si partecipava tutti insieme mettendosi in cerchio . A suon di musica, venuta fuori da un vecchio grammofono, dove i dischi si consumavano, i motivi sempre gli stessi. Ti trovavi quindi in questo ballo a dover stringere la mano al ragazzo del cuore. Così per qualche minuto si andava in estasi.Talvolta per rompere la monotonia di queste serate si facevano degli scherzi. Le domeniche, durante la quaresima, ci si inventava un motivo per potersi riunire; quindi si tirava in ballo la tradizionale rottura della pignatta. Si metteva al centro della stanza questo tegame, colmo per quei tempi di leccornie, salsicce, torrone ed altro. Si consegnava ai partecipanti al gioco un bastone, uno alla volta poi e con gli occhi bendati ci si cimentava a colpire sino a rompere questo contenitore di terracotta e così diventare il padrone del contenuto. Nasceva subito dopo un’altra festa, “serrare la vecchia”. Per questa occasione in alcune strade del paese, legando delle funi tra due balconi, si appendeva al centro di queste un grosso pupazzo di stoffa, vestito con degli stracci a mò di vecchia. Quando questo simbolo veniva rimosso si era entrati nel periodo serio della quaresima. La carne, già tanto rara, veniva bandita dal pranzo; non costituiva un grande sacrificio. I taralli e la colomba confezionati in casa erano tassativamente proibiti. Per poterli gustare si aspettava il “sabato Santo”, Gesù si faceva risorgere alle ore 0,00 di questo giorno.Arrivava la primavera, il cielo si faceva limpido, mentre i colori delle piante diventavano più belli data la luce, Ci si scollava di dosso il freddo accumulato durante l’inverno e che ci aveva fatto tanto soffrire. I geloni sulle mani e sui piedi cominciavano a darci meno fastidio. Ci guardavamo intorno desiderosi di qualcosa. Zia Annina aveva chiuso la sua casa, i balli erano finiti. Ma ecco che Rosa Falcone era ben lieta di aprire la sua abitazione.al gruppo studentesco, tenuto unito da una sincera amicizia. Al tramonto davanti l’uscio di questa piccola casa situata a pian terreno si aprivano i discorsi seduti in cerchio su delle sedie che questa donna simpatica e socievole metteva a disposizione. Le risate, i canti e l’allegria accompagnavano tutta la serata, nel raccontare delle situazioni ridicole e delle quali si era protagonisti.Gli amori nati in inverno si concludevano, in questo gradevole posto, con dei seri fidanzamenti.
PARTE TERZA
Con l’estate arrivava la voglia di uscire fuori dal paese. I giovani che possedevano una bicicletta partivano in gruppo con una piccola colazione chiusa in un fazzoletto tenuto annodato al manubrio; si faceva così la scampagnata. Si andava anche al mare con la famiglia. Numerosi e seduti come sardine sul carretto dove, al giovane a cui veniva affidata la guida spettava il posto d’onore seduto davanti. Le masserizie poste, già pronte per essere mangiate, formaggio, vino e pasta erano messe legate con degli strofinacci ai nostri piedi.Senza un ombrellone ma con un ombrello per la pioggia e con una coperta da poggiare per terra si passava tutta la giornata sulla spiaggia.Tornavamo in paese cotti dal sole. Di solito a queste gite estive c’era sempre un ospite che partecipava nell’interesse di tutti. Uno di questi era Geremia Favale, gradito molto per la sua spensieratezza. Gli scherzi erano la sua passione. Come anche la buona cucina era il suo hobby. Gestiva un bar sulla piazzetta al fianco della sartoria di Vincenzo Rospo. Così nei lunghi pomeriggi caldi prima del calar del sole fuori di questi locali prendevano posto, sedute a lavorare, le ragazze ma anche i giovani che erano andati a gustare qualcosa di fresco da Geremia. Nascevano così gli sguardi furtivi e qualche dolce parolina d’amore. In questo posto di ricreazione serale c’era anche il bar di Giacomo Rinaldi, famoso per le gazzose. Infatti possedeva una piccola fabbrica di questa bevanda che veniva venduta in piccole bottiglie con dentro una pallina di vetro colorato, serviva per comprimere il gas.Si aspettava con gioia la festa di San Rocco, protettore del nostro paese, che cade in agosto. Certo non aveva gli stessi requisiti che ha oggi, ma per noi giovani era un motivo per poter godere di un po’ di libertà. Come anche la festa di San Giuseppe, con i falò per le strade, ci portava tanta allegria.Ma la festa più antica che si ricorda è quella della Madonna della Stella, particolare e dolce perché campestre con la tradizionale mangiata della tagliolina piccante gustata nelle grandi e grosse foglie dei fichi d’india. Questa nel mese di ottobre come la festa israeliana del “Succot” La festa delle capanne. Non starò a dire di questa festa. Molti scrittori palagianesi ne hanno parlato ampiamente.Nel periodo che va dal 1936 al 1939 Palagiano viveva tranquilla, spaziando nei lavori agricoli esaltati dalla dottrina fascista, ma anche dal nascere di un animo condottiero “Credere , obbedire e combattere. Si parlava di una guerra lampo che avrebbe portato benessere e ricchezza. I giovani studenti a Taranto scioperavano gridando “…guerra…” , mentre oggi gridano “….pace….” La festa così cominciava.Nelle scuole ci venne inculcato l’odio per gli inglesi e per i nostri fratelli americani, e per finire gli ebrei divennero la peste della società. Si appellava così qualcuno quando lo si riteneva disonesto.Quindi in questa atmosfera vivace ci venne consegnata la tessera annonaria. Ci veniva cosi controllata la spesa dei viveri. I prodotti agricoli come il grano e l’olio venivano consegnati all’ammasso. Ai produttori si toglieva il superfluo, pagandolo al prezzo del calmiere. La gente era ben disposta a fare sacrifici. Le donne donarono l’oro alla Patria, si spogliarono di quei pochi e piccoli gioielli tenuti sempre chiusi nei cassetti e difficilmente indossati. Si tolsero la fede dal dito, questo atto veniva fatto in pubblico e con amore. La Patria al primo posto. L’anello caro alle coppie venne sostituito da un altro fatto con una lega povera, infatti tingeva il dito dove prendeva posto. Anche la lana serviva alla Patria, quindi alcuni materassi si svuotarono.Il ferro serviva per preparare le armi, quindi sparì da quei pochi balconi esistenti in Palagiano. Così che la recinzione della villetta Romanizzi fu rimossa e sostituita da una in muratura. Tutto questo nel periodo delle sanzioni, noi italiani ci dovevamo creare una indipendenza.I podestà venivano facilmente sostituiti per questo non ricordo se fu Tommaso Masella ad annunciare il 10 giugno del 1940, ai cittadini palagianesi, la dichiarazione di guerra.Alcuni giovani furono chiamati a servire la patria. Così indossarono la divisa grigio-verde. Con orgoglio salutavano le famiglie, incoscienti di ciò che li aspettava; molti non tornarono più. Anche alcuni studenti partirono, così l’allegra compagnia si dimezzò. Queste cose avvennero in una atmosfera pacifica, quasi fossimo stati tutti drogati. Ma la verità di ciò che stava succedendo cominciò a capirsi quando per le strade le lampadine furono sostituite con altre tinte di blu e molto poche. Mare blu,cielo blu,tutto blu: è questo il colore della moderna gioventù! Così veniva canticchiata una canzone. Intanto noi cenavamo nelle sere d’estate con le finestre chiuse ermeticamente, non doveva filtrare da queste, neanche un filo di luce, ma se involontariamente le imposte delle finestre venivano aperte, subito si veniva ammoniti da alcuni giovani militi che girando per il paese gridavano : “luce”.La vita tranquilla, fatta di tante piccole cose, che ci aveva dato sino ad allora sicurezza cominciava a vacillare.A Palagiano arrivò un presidio militare: il gruppo Scoda. Con i soldati arrivarono anche dei cavalli reclutati e naturalmente gli ufficiali, alcuni di questi studenti fuori corso. Ecco i nomi: Mezzasoma, Vitalbi, Ventola, Malaguti, Petitti ed altri.. Fu questo uno dei primi avvenimenti che portò dei cambiamenti alle nostre abitudini. I giovani forestieri suscitarono della curiosità che sfociò in amicizia. Partirono così alcuni amori finiti poi in matrimoni. In questo spazio di tempo fece capolino nelle famiglie la radio. Questa grande scoperta. Dette così ad alcuni pochi cittadini di apprendere le notizie. Noi in casa possedevamo una fonola. I discorsi di Benito Mussolini il nostro Duce, erano da noi ascoltati in piedi sull’attenti in un atteggiamento serio quasi questo fosse presente. Poi vennero i bollettini di guerra sempre a nostro favore. Ma quando con curiosità manovrando alcuni tasti della radio, scoprimmo radio Londra che dava brutte notizie dal nostro fronte di guerra, si ascoltava di nascosto perché era proibito .La musica che annunciava questa trasmissione era particolare un po’ lugubre, un tamburo di morte. Dopo pochi mesi, dalla dichiarazione di guerra, l’11 settembre 1940 ci fu un grande bombardamento su Taranto con delle brutte conseguenze, alcuni palazzi furono distrutti mentre delle navi che sostavano nel mar grande al di là del ponte vennero silurate. Esse furono la Cavour, la Caio Duilio e la Andrea Doria.Alcuni nostri studenti, compresi i miei fratelli, in quel brutto periodo avevano domicilio a Taranto per poter frequentare la scuola. Questo perché era difficile viaggiare in treno, sempre affollato ed adibito al trasporto di soldati, quasi sempre fuori orario. A noi palagianesi è rimasto un brutto e pauroso ricordo di quella notte. L’allarme aveva il suono delle campane. In pieno sonno, tutti giù dal letto, tenendo per mano i più piccoli e portando con sé solo i pochi risparmi. Si usciva fuori dal paese. Presi dalla paura sostavamo nel disabitato, la così detta “mienzallera”(area di campagna), con il naso in aria, vedevamo gli aerei degli allora nostri nemici in stormi sorvolare il cielo; questo cielo era illuminato a giorno da alcuni razzi che sembravano delle stelle cadenti. Il rombo dei motori era assordante, tanto da stordirci. Spaziando lo sguardo la notte spariva, all’orizzonte dove sorge la città di Taranto vedevamo la nostra contraerei che sparava per difendersi. Sembrava ci fosse una festa con i fuochi di artificio. Il giorno dopo, il 12 settembre, camminando sui vetri rotti delle vetrine, dovuto allo spostamento d’aria provocato dalle bombe, i nostri studenti trovarono davanti al portone della loro scuola un avviso, diceva che questa rimaneva chiusa a tempo indeterminata; infatti tornarono a scuola subito dopo Natale.Palagiano in quel periodo si popolò di sfollati. Furono ospitati da noi senza riserve. Qualcuno arrivò con mobili, quindi con grande solidarietà ci stringevamo, facendo posto ai tarantini. Le nostre case diventarono dei magazzini, non c’era posto per poterci muovere all’interno. Io ricordo che la sera per andare a dormire e raggiungere il letto eravamo costretti a camminare su un pianoforte. Tutto questo appariva nella normalità.Gli anni che vanno dal 1941 al 1942 furono periodi che dettero una grande svolta a Palagiano. Si può dire che questo cominciò ad essere più evoluto. La gente si scrollò dalle spalle quella timidezza chiusa in una morsa di serietà, dovuta a quell’antico modo di essere del contadino. Alcuni valori crollarono, si cambiò, facendo posto a delle nuove abitudini. Questo merito lo si deva ai tarantini ed ai soldati che avevano preso possesso di questo luogo. Noi giovani respiravamo una nuova aria di libertà, anche se la guerra incombeva sulle nostre teste. Cominciarono a tramontare le canzoni di Tito Schipa e di Beniamino Gigli e ad andare in voga quelle del Trio Lescano e di Alberto Rabagliati. In questo periodo particolare di cambiamenti, alla guida del paese fu nominato podestà il giovane insegnante Antonio Schiavone. Questo si trovò ad affrontare alcune nuove pretese della gente. Il palagianese cominciò ad essere insofferente alle esigenze della patria perché prendeva piede una nuova miseria, le rinunce erano un po’ pesanti, nacque così il mercato nero, che dette la possibilità a qualcuno di diventare ricco. La guerra continuava, dandoci delle delusioni. Buscammo sia sul fronte africano che su quello russo. Ecco perchè alcuni soldati diventarono disertori, la paura li costrinse a scappare dal fronte e rifugiarsi anche qui a Palagiano dove vivevano nascosti. In questa atmosfera fatta di insoddisfazioni, dove la guerra non era più “lampo” ma qualcosa di duraturo che coinvolgeva tutti. Subivamo gli allarmi, quando Taranto era presa di mira dalle escursioni nemiche. Le nostre cene diventavano più misere, il principale condimento del pane era olio e aceto, la carne la vedevamo col binocolo, il caffé era fatto solo di orzo. Restò poco del patriottismo che al principio di questa grande avventura ci aveva dato una grinta fatta di ottimismo. I nostri visi diventavano sempre più tristi, si leggeva su questi una grande insoddisfazione. Le notizie che si sentivano e nascevano nelle strade non erano più belle, cominciò a sparire la voglia di divertirsi. Arrivammo così all’estate del 1943. Già il 24 luglio, Mussolini non era più capo del governo, fu sostituito dal generale Badoglio, fu questo che l’8 settembre di quello stesso anno annunciò l’armistizio. Ricordo quella mattina, tutti per la strada a commentare la notizia. Presi da una grande euforia e da una gioia, tornata dopo parecchi anni, si decise di andare a ringraziare la Madonna del Carmine, l’immagine di questa è posta in una piccola cappella ai piedi di Mottola. Anche ora nel periodo della quaresima si va a pregare lì. Quindi con a capo una donna che ci guidava a recitare il rosario, ci avviammo per queste stradine di campagna un po’ faticose, perché in salita. Molte donne, fecero questo percorso scalze a piedi nudi. Certamente avevano il marito o il figlio al fronte chiamati a combattere.Anche io, allora ero una bambina, seguii questo corteo numeroso mai visto prima, dove la gente pregava con le lacrime agli occhi. Al ritorno da questo pellegrinaggio dove i nostri cuori si erano svuotati di tante amarezze, fummo sorpresi rientrando in paese. Le strade deserte e silenziose, le porte sia delle case che dei negozi chiuse ermeticamente. Questo ci fece paura. Facendo un percorso articolare e nascosto, giungemmo furtivamente a destinazione. Ci chiedevamo cosa fosse successo. Era perché il contingente tedesco di postazione vicino lasciava Palagiano, per raggiungere altri luoghi dove la guerra continuava. Non si ritenevano più nostri alleati. In alcuni paese questa ritirata provocò spari e qualche morto. I tedeschi anche se erano stati nostri alleati non hanno mai sostato in Palagiano, noi li abbiamo visti solo passare furtivi dopo l’armistizio. Fu una breve apparizione. Invece, furono gli inglesi che il giorno 9 settembre, dopo lo sbarco in Sicilia, arrivarono in paese, prendendo si può dire possesso delle nostre case. Con dei baschetti rossi e con delle belle divise coloniali, questi bei ragazzi appartenenti al gruppo paracadutisti, furono accolti da noi con entusiasmo; anche loro gentili distribuivano alla gente biscotti, sigarette e cioccolato, questa per i bambini fu una manna molto gradita, da tanto non assaggiavamo queste leccornie. Il gruppo di occupazione sostò per parecchio tempo. La mia famiglia si trovò a mangiare su una stessa tavola con questi giovani che avevano tutt’altre abitudini. La casa del principe Romanizzi dove io vivevo divenne un presidio militare importante. Fu una grande novità, che gli eventi ci avevano regalato, il nostro paese diventò di occupazione, prima nemici e poi alleati, questi soldati stranieri giravano tranquilli come fossero nostri fratelli. Noi ci trovammo ad assistere ad alcune loro manifestazioni. Un giorno li vedemmo sfilare in corteo con indosso dei gonnellini scozzesi e con delle pelli di leopardo, mentre suonavano delle zampogne e delle cornamuse. L’Italia divenne un campo di battaglia. A Montecassino ci fu un brutto scontro tra i tedeschi e gli inglesi, nacquero i partigiani, le nostre città subirono, dopo i bombardamenti, gli scontri terrestri. Mussolini fu liberato, la repubblica di Salò divise l’Italia in due. Ma a Palagiano sembrava che tutto questo non interessava, perché la vita continuava nel meglio, mai avuto sino ad allora. I soldati inglesi avevano dato un altro aspetto al paese, portando un po’ di benessere con le loro scatolette. Il te, le marmellate, pane bianco fatto con la farina di riso, salsicciotti nello strutto e i biscotti (bisquit) dolci e salati nello stesso tempo. Per i fumatori ci fu una spaziosa scelta di sigarette. Camel, Senior Service, Victory ed altre. Noi ragazzi scoprimmo delle caramelle bianche e quadrate alla menta: shewing gum.Era un susseguirsi di militari, forse avvenivano dei cambi di postazione. Infatti gli inglesi furono sostituiti dai polacchi, questi avevano nelle loro file militari anche le donne. Gente fuggita dalla loro patria, la Polonia, e rifugiatasi poi in Inghilterra ed in Egitto, infatti è da questo posto che venivano. Alleati degli inglesi, anche loro avevano subito degli eventi disastrosa che li aveva portati a partecipare a questa grande guerra. I palagianesi furono affascinati da queste belle donne, quasi tutte bionde che sapevano indossare elegantemente la divisa coloniale con i rispettivi gradi che le distingueva. Andati via gli inglesi, queste soldatesse furono ben accolte dalla gente che si strinsero nelle loro case, per far posto a queste donne che fuori dalla loro patria sembrava che avessero perduto la loro identità. Accomunate tra di loro, non davano confidenza a nessuno specie ai pochi giovani rimasti in paese, anche se questi presi dalla curiosità, le spiavano, quando queste bionde nordiche giravano nude dopo il tramonto nelle case dove erano ospitate, con le luci accese e le finestre aperte. Soffrivano molto il caldo anzi devo dire che con il sole estivo queste, per avere la pelle chiara e molto delicata, per paura di bruciarsi il viso, si coprivano completamente la testa, compreso il volto, con un velo bianco. Viste così, con gli occhi di oggi, le avremmo potuto paragonare alle donne islamiche con il burca.Venne allestito un ospedale nell’edificio scolastico e sotto delle tende fuori dell’abitato in un terreno a destra andando verso la stazione. Qui c’erano alcuni reparti come l’oculistica, l’ortopedia e la ginecologia. Questo ospedale funzionava magnificamente, oltre ai soldati feriti, che noi vedevamo girare con dei pigiama celeste e con delle stampelle, anche noi civili ci recavamo qui per delle prestazioni mediche. Solo allora i palagianesi ebbero un posto in paese per potersi curare. Fu messo a disposizione un ambulatorio dove ci si sedeva e si aspettava il turno per la visita. Questo dette una svolta al nostro modo civile di essere. L’ignoranza del contadino ebbe a subire dei cambiamenti. Ci tirò fuori da quel guscio fatto di pazienza e di miseria. Questo comunque persisteva ancora, perché c’era gente, specie le donne, che per sfamare i propri figli, raccoglieva dalle pattumiere dell’ospedale il pane che veniva buttato insieme alle garze intrise di sangue. Mancavano gli inceneritori.Il palazzo del principe Romanizzi cambiò visualità. Forse perché possedendo delle stanze abbastanza grandi dette posto ad una nuova postazione militare. Il cancello ed il portone di ingresso erano sempre aperti; era un continuo susseguirsi di soldati ed ufficiali. Era qui la dimora del generale, questi era anche il chirurgo che operava nell’ospedale che avevano allestito. Molto buono e simpatico, il suo nome, a mia memoria, era Zarescki. Al suo fianco un sottufficiale molto bello e un attendente, Stako, che faceva continuamente la spola dall’edificio scolastico a questa casa, portando la colazione ed il pranzo che noi invidiavamo. Prima i soldati italiani, i tarantini, gli inglesi e poi i polacchi, i palagianesi ebbero a subire delle nuove conoscenze di vita. Un po’ smarriti da queste invasioni fummo portati a dialogare con ognuno di questi a modo nostro. Così al nostro linguaggio dialettale venne aggiunta anche qualche parola straniera, come yes per dire si e tank you per dire grazie. Intanto attratti da questo nostro stato sociale, non ci interessavamo di ciò che stava accadendo in Italia. Ponti rotti, strade mal ridotte, palazzi distrutti ed altro. Questa nostra patria stava diventando un cumulo di macerie. Ma a noi giovani, veniva la voglia di qualcosa di nuovo, subimmo il fascino degli americani, anche questi fecero la loro apparizione; eleganti e spavaldi con le loro camionette si sentivano i padroni del mondo con quella loro sicurezza data dalla ricchezza. Così io conobbi mio cugino, un ufficiale. Con lo stesso mio cognome si presentò in famiglia, dicendo a mio padre: “ non mi conosci?” detto in dialetto napoletano, lingua universale. A me colpì la sua somiglianza con mio fratello, solo che l’aspetto ben curato faceva notare una diversità di vita fatta di benessere.Con gli americani arrivarono le truppe di colore come i neozelandesi. Non conoscevamo la parola razzismo, più che schivare questa gente ne avevamo paura; infatti la sera col buio ci barricavamo a chiave nelle nostre case. Passato l’anno 1943, con tutti questi eventi, subimmo il coprifuoco. Arrivò il ’44 che noi vivemmo da impreparati, un po’ sbandati perché avevamo perduto la nostra identità. Spariti gli ideali, mettendo da parte la camicia nera che noi avevamo indossato con orgoglio, “ci aveva fatto sentire importanti”. Guardavamo con invidia i nostri nuovi alleati. Questi introdussero nel nostro misero ambiente, dei nuovi balli, come il vughi..vughi, diverso dal valzer e dal tango; i motivi sonori non erano più gli stessi, avevano qualcosa di frenetico e di inisibito.Noi giovani cominciavamo ad imitarli. Venne fuori la canzone……tu vuoi fare l’americano…..I nostri genitori procurandosi delle coperte di lana da questi militari (non ho ancora capito come) ci fecero durante l’inverno dei nuovi cappotti, per confezionarli si andava dal sarto. Ricordo ancora la gioia che io provai quando indossai questo nuovo capo.Palagiano era sempre piena di polvere, le macchine che allora cominciavano a circolare la rendevano opaca, niente asfalto; eri costretto a chiudere gli occhi quando ti trovavi per la strada e c’era vento.Così si arrivò il 25 aprile del ’45. La guerra era finita in Italia, Mussolini venne ucciso, da morto schermito in malo modo. Questo ci lasciò un amaro in bocca. Il fascio che ci teneva uniti si era sfasciato. Sparirono definitivamente gli ideali e così anche i fascisti. Gli stranieri che avevano respirato l’aria del nostro paese, andarono via, lasciando un vuoto. Si aspettava il ritorno dei nostri combattenti, che cominciavano a ritardare. Già dal gennaio del 1944 al comando del paese non c’era più il Podestà, ma il Sindaco. Questi era Eriberto Sinfisi. Fu sotto la guida di quest’uomo riservato e tranquillo che noi apprendemmo le ultime notizie belliche. Il giorno 8 maggio del ’45 finì la guerra in Europa, i tedeschi furono sconfitti definitivamente. Ma la notizia che invece di farci gioire ci turbò un poco, fu quella di un mese dopo, 6 agosto del ’45 (fine della seconda guerra mondiale) questo perché terminò in seguito alla bomba atomica. I palagianesi comprarono il giornale tubati da questa bruttura, e non condivisa. I contadini, abituati a spaziare con lo sguardo sul verde dei campi, ed allarmarsi per un pallio fumo in lontananza, dettero una grande importanza a questa figura apparsa sui quotidiani. Una nuvola nera enorme a forma di fungo, che provocava morte.Con l’amaro in bocca si arrivò al due giugno del ’46. Referendum Istituzionale. Per la prima volta nell’edifico scolastico furono allestite le urne, si doveva scegliere o la Monarchia o la Repubblica. Fu una grande novità, anche perché a partecipare al voto furono chiamate per la prima volta le donne. Bisognava però aver compiuto 21 anni. Qui a Palagiano vinse la Monarchia, mentre l’Italia mandò in esilio il re. Subito dopo a novembre dello stesso anno, a guidare il paese fu nominato commissario prefettizio Achille Fabrizio. Fu sotto questa amministrazione che cominciò a serpeggiare la politica. Prima timidamente ma poi con più audacia, qualcuno si dichiarò comunista. La gelateria Laterza si procurò un altoparlante, e nei lunghi pomeriggi estivi a tutto volume si ascoltavano le canzoni di moda; quindi a suon di musica tutte le sere si passeggiava sul corso. Si ritornò a ballare da zia Annina. Timidamente cominciarono ad aprirsi le sezioni di partito. Come quella del “qualunquista”, con a capo il giovane Dr. Rocco Valente. Questo fu un periodo di transizione che dette sfogo, con la venuta di De Gasperi alla Democrazia Cristiana. In piazza iniziarono i comizi, un’altra novità che riportò tutti ad ascoltarli. Misero in giro la voce che i comunisti mangiavano i bambini. I Preti si rifiutavano di impartire la comunione a chi si riteneva tale. Ci si apprestava a dare un nuovo Sindaco al Paese. I balconi che si affacciavano sulla piazza si aprivano la sera, per dare la possibilità di parlare al candidato che si riteneva di destra. Mentre quelli di sinistra erano costretti a montare un baldacchino di legno, una specie di gabbia soprannominato “u misciul”. Mentre si cantava …….solo me ne vo per la città…….nell’ottobre del 1947 fu eletto Sindaco Rocco Valente. Fu in quel periodo che si cominciò a parlare della Riforma Fondiaria, bisognava togliere la terra ai ricchi per darla ai poveri. Il Principe Romanizzi fu costretto a rinunciare ad alcune sue proprietà, compresa “Conca d’oro”. Fu così che alcuni contadini da essere lavoratori giornalieri diventarono proprietari terrieri. Con questo bagaglio di vissuto e di esperienza siamo arrivati ad oggi.
Maria Saracco