
La fanciullezza dei nostri ragazzi si lega alle forme ludiche vivacemente animate dal cavallo. Si pensi al salto, come dimostrazione di forza, di agilità, di abilità di coraggio e di equilibrio, che in vernacolo, nella forma ludica diviene a Zumba Cavadde, “a salta cavallo”, un vecchio gioco praticato dai ragazzi delle nostre contrade. C’era uno che si metteva sotto, che faceva da cavallo, si metteva cioè in posizione traversa, piegando in avanti il busto e testa e sorreggendosi con le braccia distese e puntellate sulle ginocchia. E, mentre chi sta sotto è fermo su quella posizione, i concorrenti, uno alla volta, come in fila indiana, con o senza rincorsa, si saltano di sopra a gambe divaricate, appoggiando le mani sulla groppa di chi sta, infatti, sotto, per dare al salto una maggiore spinta in alto e in avanti. Le norme del gioco a Zumba Cavadde prevedevano che chi riusciva a far bene il salto, aveva il diritto di eseguire un nuovo salto, accodandosi al gruppo, in attesa del suo turno; chi non vi riusciva, pagava la penalità andando lui sotto.
Altro gioco della serie, era a Cavadde sotto, “a cavallo sotto”: il gioco era tra due squadre, un sorteggio stabiliva quale delle due squadre aveva diritto al salto, mentre l’altra andava sotto. Un giocatore della squadra che doveva andare sotto, piegava avanti la schiena, appoggiandosi solidamente ad un gradino o avvinto ad una colonna; gli altri compagni, anch’essi col busto e col capo piegato in avanti, gli accodavano con le braccia ben avvinte ai suoi fianchi, in modo da formare una piccola colonna dorsale. I concorrenti dell’altra squadra cominciavano il salto, uno dopo l’altro, si saltavano sopra a gambe divaricate. Il primo a saltare prendeva sempre la rincorsa in modo da piazzarsi quanto più possibile in avanti, per dare posto ai propri compagni di squadra che sopravvenivano uno dopo l’altro. I saltatori restavano sopra a quei dorsi a cavalcioni uno aggrappato all’altro per mantenersi in equilibrio, senza fare movimenti e senza mettere i piedi per terra, pena l’immediata inversione del gioco (ci si alternava come squadra nel mettersi sotto). La colonna che stava sotto, intanto, con improvvisi e ripetuti sobbalzi cercava di disarcionare chi stava sopra, cercando di far crollare quell’equilibrio. Se vi riusciva, la squadra a cavalcioni passava sotto e chi stava sotto passava sopra, viceversa la situazione rimaneva stabile. Ma c’era una parola d’ordine che faceva rompere la fila di entrambe le squadre: bastava che uno solo di chi stava sotto dicesse: “ Pèse u chiumme”, che tutta la colonna dorsale si disfaceva liberandosi da quel peso.
Continuando con i Giochi a Cavaliina, andiamo A Zumbe e mittete sotto, a salta e mettiti sotto. Si faceva la conta. Uno si metteva in posizione traversa, con la schiena piegata e con le braccia appoggiate sulle ginocchia. Incominciava il salto: i concorrenti uno alla volta gli saltavano di sopra a gambe divaricate, assumendo ad una certa distanza la stessa posizione del primo. A seconda l’ordine di turno il secondo saltava sul primo, il terzo saltava sul primo e sul secondo, il quarto sul primo, sul secondo e sul terzo, e così di seguito, a catena, sino all’ultimo concorrente, il quale saltava su tutti gli altri e diventava il primo a mettersi sotto, per ricominciare il giuoco.
A Pecheridde, a piedi uniti. Ogni concorrente ci teneva a fare il salto più lontano possibile dal compagno che stava sotto, ma il salto lo doveva concludere “a ppijte cucchje”, a piedi uniti, il che richiedeva abilità e soprattutto equilibrio nel concludere il salto. A seconda della creatività di chi conduceva il gioco a volte, oltre al salto si doveva dare un calcetto al compagno che stava sotto contemporaneamente alla “scavalcata”, il salto era detto con la Colombine, oppure, più recente all’Americana, od anche “ljvete da sotte ca a mamma (il conduttore del gioco si chiamava così) non mèle”. Spesso i salti particolari, dettati dal conduttore, dalla sua fantasia sfrenata, finivano in ruzzoloni fra le risate e il divertimento dei concorrenti e dei presenti.
U Zumbe a Ssalte, salto con distanza. Questo gioco della cavallina era praticato di solito da due elementi. Per sorteggio uno andava sotto, l’altro faceva il salto. La posizione di chi andava sotto, l’abbiamo vista nei giochi precedenti sempre derivati da quello generale della Cavallina: di traverso, schiena piegata in avanti, braccia appoggiate sulle ginocchia. La distanza per il salto variava a seconda della richiesta fatta di volta in volta da chi doveva compiere il salto ed era misurata in piedi, come facevano i Romani. Si partiva, si cominciava a misurare dal punto in cui si trovava piazzato chi stava sotto. Conseguenza: quanto più aumentava la distanza richiesta e quanto più impetuoso era lo slancio tanto più si poteva andare incontro ad un ruzzolone.
Gioco famosissimo tra i ragazzi era e Muse. Per questo gioco della cavallina, era importante una pedana di partenza o di lancio, che i ragazzi che dovevano fare salto non avevano, ma avevano i marciapiedi. Al solito chi stava sotto si metteva di traverso, con busto in avanti, le braccia tese, appoggiate sulle ginocchia. Ancha la distanza era di volta in volta fissata a richiesta di chi doveva fare il salto (poteva aumentare di un piede, due piedi, disposti i piedi ad angolo retto, una maniera di misurare la distanza richiesta che dava il nome al gioco, i muse. Il salto poteva essere eseguito anche senza appoggiare le mani sulla schiena del ragazzo che stava sotto. Chi conduceva il gioco (la mamma) decideva ed arbitrava l’andamento del gioco: una pedata mentre si saltava, data con l’interno del piede alla coscia, era chiamata a colombine. Accadeva molto spesso, che, nella foga del gioco qualche concorrente esagerava nel richiedere un’ulteriore distanza fra il bordo del marciapiede e chi stava sotto, e qui non mancavano seri ruzzoloni. I muse, infatti, proprio per queste distanze esagerate tra il marciapiede, come luogo di lancio, e chi stava sotto, era considerato un gioco pericoloso, disapprovato dall’opinione pubblica, proibito dalle “Guardie municipali”.
E Chelonne, alle colonne. Per eseguirisi, questo gioco aveva bisogno di colonne, che ve n’erano nei nostri centri storici. Il gioco è presto detto: saltare le colonne, da solo, o in compagnia. Di solito si sceglievano più colonne, abbastanza alte e spesse, quindi più accattivanti, alquanto impegnative per i ragazzi in competizione che si cimentavano ad assaltarle e superarle di slancio a gambe divaricate. Ogni concorrente prima di dare l’assalto alle colonne, con fare disinvolto e quasi di sfida del pericolo, ripeteva questa frase: “A tre chelonne, a pigghje e a sbonne; ci no a sbonne ije… a sbonne u combagne mi”.