Un mio personale contributo alla discussione che investe il Partito Democratico e l’Amministrazione. Poichè ritengo che la chiarezza sia un punto irrinunciabile, prima di avventurarmi nell’impresa ho studiato a fondo l’opera omnia di Petrolini e Tognazzi, in modo da rendere i concetti esposti più aderenti al contingente. Preciso subito che se l'ipotiposi del sentimento personale, prostergando i prolegomeni della subcoscienza, fosse capace di reintegrare il proprio subiettivismo alla genesi delle concomitanze, le conseguenze sarebbero chiare a tutti: finiremmo per rappresentare l'autofrasi della sintomatica contemporanea, che non sarebbe altro che la trasmificazione esopolomaniaca. Al Sindaco Ressa ricordo che se qualcuno volesse rinforzare la credenza nella perifrasi ricardiana, non dimentichi che le nostre radici hanno abbattuto non solo le credenze consolidate, ma anche armadi e letti a castello. Invito caldamente il Partito Democratico a riflettere sull’idea vincente dell’edonismo reaganiano, e mi spingo anche a dire che Marx era nullatenente, sergente e caporal maggiore, assumendomi la responsabilità di quello che affermo. Nessuno è autorizzato a far finta di niente: l’acqua non passa solo sotto i ponti, e me ne frego della perifrastica, attiva o passiva che sia. Nel circolo cittadino del PD, e purtroppo non solo qui, sembra che ultimamente sia di moda la supercazzola con scappellamento a destra, come accaduto e reso evidente nelle ultime elezioni provinciali, con l’alleanza con la Poli Bortone. Ricordo alla segretaria Elisabetta Di Sarno, ed agli altri componenti del Coordinamento, che noi siamo il Partito Democratico, e che quindi l’unica supercazzola ammessa, ora e sempre, non può che avere lo scappellamento a sinistra. E se qualcuno non fosse d’accordo, sappia che la trattoria meticcia non fa più pizze a domicilio. Nessuno poi dica che non vi avevo avvisato. Il Congresso è ormai alle porte e, come dimostrato alla Bolognina, il plurale si fa presto a mutarlo in singolare.
Ad majora
Quei giorni perduti, a rincorrere il vento…
Ressa mormorava calmo e placido al passaggio
dei primi giorni avanti il suo linciaggio;
prodi offriron anche le dentiere
per far contro il nemico le barriere!
Allegra giunse la notte con i canti,
era imperio fare un passo avanti.
S'udiva intanto dalle opposte sponde
greve e nero l’arrovellar dell’onde.
Era un presagio dolce e lusinghiero.
Di Sarno mormorò: "Non passa lo straniero!"
Il Saggio parlò tosto di fosco evento
lui ne udiva l'ira e lo sgomento:
“Ahi, lasciate il vostro tetto,
e ricordate di indossar l’elmetto!”.
In allerta gli indecisi sceser da lontani monti,
per regolar in virtù i loro conti.
S'udì allora dalle mulattiere assolate
sommesso e triste, il cielo de l’estate.
Ma un caffè riportò l'autunno nero
Di Sarno ricordò: "Ritorna lo straniero!"
E ritornò il nemico per l'orgoglio e per l’alloro
per bandiera svolazzava il Santoro,
fretta avea di osannar alla Vaccarella
che del PD ormai è la cittadella.
No, disse Di Sarno, no disse Ressa,
del nemico l’avanzar sarà soppressa!
Si vide il Circolo così mostrar sicumera,
ma l’Austero distratto issò Bandiera Nera.
Rosso del sangue del nemico altero,
Di Sarno comandò: "Indietro va', straniero!"
Indietreggiò il nemico fino a Taranto
e la Vittoria sciolse l'ali al canto!
Non passò il patto antico, tra le schiere con il burro
avanzava ormai Ressa, Di Sarno e Montemurro!
Sicura Palagiano, libere le sponde,
sui vincitor brillavano ormai le fronde.
Sul patrio suol vinto il torvo Impero,
Di Sarno allor brindò: “Cacciato è lo straniero!”
Ma vendetta cercò ancor il Caudillo,
che errando si pensò fosse Pelillo:
dell’erba si vuotò allor il sentiero
tutti in allerta, con un sol pensiero!
Giuseppe Favale