Il 25 aprile 1945 segnò la fine della II Guerra Mondiale; segnò, anche, per l’Italia, la fine di un’ epoca. La vita contadina che, per secoli, aveva caratterizzato la nostra società iniziò il suo declino; i giovani che rientravano dai campi di prigionia, i soldati sbandati che avevano raggiunto le proprie case con viaggi avventurosi, i mutilati e coloro che avevano subito le angherie degli aguzzini nei campi di concentramento sognavano un mondo di pace, di tranquillità, di lavoro sereno, di gioire con i propri cari, da cui erano stati forzatamente separati, di avere una propria famiglia e una casa.Al rientro trovarono la Nazione ridotta allo stremo: fabbriche distrutte, gli ultimi strascichi di una guerra civile al Nord, l’agricoltura in ogni parte d’Italia, impoverita dalla mancanza di braccia reclutate dalla guerra, scarsità di produzione, conduzione arcaica delle terre, nel nostro Sud, ancora nelle mani degli agrari e degli ultimi feudatari. Il commercio misero non riusciva ad assicurare alle popolazioni l’indispensabile per poter parlare di sufficienza.Gli artigiani, non ricevendo commesse di una certa consistenza, da molto tempo, vivevano una vita assai misera.Gli aiuti degli Americani portarono, nei nostri mercati, merce usata o non più commerciabile nei loro mercati; in particolare si compravano vestiti e scarpe usati.Le truppe di occupazione, ancora presenti in molte parti d’Italia fornivano materiali e merci di ogni genere.Nel nostro Comune, arrivarono i primi commercianti ambulanti dal barese, sempre intraprendenti, con le prime mercanzie: biancheria, ombrelli, coperte e teli per tende militari da usare per la raccolta delle olive.Tutto veniva venduto in piazza, dove, come al salito, si radunavano, verso sera, gli agricoltori e i braccianti, per il tempo libero e per l’ingaggio.Nelle città e nei paesi si aprirono gli “spacci” dove si acquistavano merci di prima necessità: pane, farina, pasta, zucchero e olio.Da noi furono aperti due spacci: uno in Largo Colombo e uno in via Lenne, in un  locale dell’ex convento.Dopo il rientro delle truppe di occupazione nei propri stati, si avvertì ancora di più il peso dell’indigenza.Un aiuto provvido venne dagli Stati Uniti d’America, col “Piano Marshall” chiamato anche: ”European Recovery Program” (ERP). Il piano prevedeva aiuti per i paesi europei che lo sottoscrivevano, l’Italia fu tra i paesi aderenti e potè usufruire di notevoli aiuti economici.Nel nostro Comune furono distribuiti pacchi vestiario soprattutto alle famiglie numerose.L’espansione urbanistica che aveva segnato il passo, negli anni della guerra, rimase ferma fino agli anni ’50.Con l’avvento della Riforma Fondiaria la vita economica degli agricoltori e degli ex braccianti migliorò e, con essa, anche quella degli altri cittadini.I soldati rientrati nel Comune, si dedicavano ad ogni tipo di lavoro.Gli agricoltori, possessori di qualche piccolo appezzamento, ripresero a lavorare le terre con le proprie famiglie, mentre i braccianti continuarono a offrire le proprie braccia, in piazza, nel “mercato del lavoro” come prima.Ciò provocò la formazione di squadre di braccianti che andavano per i campi, ed eseguivano lavori nelle piantagioni di legumi e di pomodoro, senza il permesso dei proprietari, chiedendo la paga secondo quanto predisposto dai sindacati.Questo tipo di lavoro forzato venne praticato, non solo nelle grandi aziende, ma anche in quelle piccole e perfino in quelle tenute dai fittavoli e dai mezzadri.Le produzioni aziendali non ancora migliorate, sia a livello di conduzione, sia di commercializzazione, non offrivano, ai proprietari, ricavi sufficienti per il pagamento delle giornate lavorative ai braccianti, si che i proprietari delle grandi aziende, in particolare, dove ripetutamente si verificavano simili forzate richieste di lavoro, furono costretti a vendere parti delle proprietà, per far fronte alle richieste sindacali, fino ad abbandonarle del tutto.Si aggravò così il disagio per i braccianti; quel lavoro, sia pure precario, veniva perso; la schiera dei disoccupati aumentava; in essa confluivano anche, i ragazzi che durante la guerra avevano sbarcato il lunario presso i campi militari dei soldati italiani, tedeschi, inglesi e polacchi e che, divenuti adulti, chiedevano lavoro; così si arrivò ai grandi scioperi.I braccianti chiedevano le terre del feudo del principe Romanazzi e invocavano la Riforma Agraria; i mezzadri e i fittavoli del feudatario vivevano con l’incubo di perdere le terre.Nel bosco demaniale, tenuto sempre in gestione dal Romanazzi, si riprese la raccolta della resina.I giovani artigiani, privi di lavoro, emigrarono nelle città del Nord, dove si richiedeva manodopera, per la ricostruzione e l’avvio del lavoro nelle fabbriche.Parecchie ditte artigianali locali, non riuscirono a riprendere la normale attività e, prive di lavoro, dovettero chiudere bottega.Scomparvero così, lentamente, quei mestieri che erano stati di supporto agli agricoltori e alle loro famiglie: i maniscalchi, i carradori, i sellai, i cordai, gli stagnini, gli ombrellai, i vasai, le tessitrici e le cardatrici.Gli ex volontari e i militari di carriera, non trovando alternative di lavoro, cercavano di rimanere, in servizio permanente, presso le varie armi di provenienza, mirando allo stipendio assicurato.Intanto in Italia avvenivano mutamenti politici notevoli; il Referendum del 2 giugno 1946 vide, per la prima volta, le donne, alle urne e l’accesso di tutta la popolazione al voto, senza alcuna distinzione.Il Referendum pro Monarchia o Repubblica al computo finale diede 12.182.000 voti alla Repubblica e 10.362.000 alla Monarchia.Nel sud dell’Italia ci fu prevalenza di voti per la Monarchia; anche nel nostro Comune vinse la Monarchia col doppio dei voti rispetto alla Repubblica: 1262 alla Monarchia e 636 alla Repubblica. Nel nostro paese la vita politica iniziò ad entrare negli strati sociali con prepotenza; i braccianti agricoli che ancora erano costretti a elemosinare la “giornata”, spinti dai sindacati, organizzavano scioperi miranti allo scorporo e alla assegnazione delle terre e a una retribuzione equa.Già dai primi mesi seguenti l’Armistizio, anche nel nostro piccolo Comune, si era costituito il Comitato Nazionale di Liberazione, C.N.L. i cui rappresentanti erano i segretari dei partiti appena sorti.Si erano costituiti: il “Partito Liberale d’Azione”, il “Partito Popolare”, chiamato poi, “Democrazia Cristiana”, il “Partito Comunista Italiano”, il “Partito Socialista”, il “Partito Liberale”, il “Partito Monarchico”, il “Partito Repubblicano”, il “Partito del Lavoro” e il “Partito dell’Uomo Qualunque”.In attesa delle prime elezioni democratiche, fu incaricato Sindaco, Eriberto Sinisi che rimase in carica fino al 1946.Dall’avvento della Repubblica hanno amministrato il nostro Comune: 

Rocco Valente

1947

Alberico Schiavone

1951

Lorenzo Caputo

1951

Nunzio Scalera

1952

Benedetto Negri  Comm. Pref.

1964

Aldo Marangione

1966

Amedeo Orsini

1967

Raffaele Notaristefano

1968

Giovanni Vairo  Comm. Pref.

1969

Pasquale Longo

1970

Giovanni Vairo  Comm. Pref.

1971

Nunzio Scalera

1973

Emanuele Villani  Comm. Pref.

1981

Preneste Anzolin

1982

Lucio Decarlo  Comm. Pref.

1983

Preneste Anzolin

1984

Antonio Paglialonga  Comm. Pref.

1984

Tommaso Surico

1985

Arturo Patruno

1986

Rocco Quarato

1987

Tommaso Surico

1987

Paolo Gentilucci  Comm. Pref.

1990

Pasquale Favale

1990

Nunzio Scalera

1992

Antonio Paglialonga  Comm. Pref.

1993

Vincenzo Stellaccio

1993

Rocco Resssa

1998

Vincenzo Stellaccio

1999

Rocco Ressa

 

 

2002 

Fonte: Menoria storica del nostro '900, di Michele Orsini.