La gravità dell’evento, i giovani reclutati, l’avvertirono, appena ebbe inizio la “Campagna di Grecia”, quando iniziarono ad arrivare nelle zone di combattimento, male equipaggiati e male armati, rispetto all’alleato tedesco.

Nelle terre balcaniche, con l’inverno, si ebbero molti casi di congelamento. La conquista della Grecia e dei territori balcanici che, per Mussolini, doveva risolversi in brevissimo tempo, fu rallentata notevolmente dall’insufficienza delle forze in campo, dall’equipaggiamento carente dei nostri soldati, dall’armamento antiquato, specialmente dell’artiglieria e dalla fretta con cui si arrivò al piano di attacco che fu fissato per il 26 ottobre 1940.Le popolazioni, indifferenti nei primi mesi di guerra, si accorsero presto del tranello nel quale inconsapevolmente erano cadute, quando seppero dei primi uomini caduti in combattimento, dei feriti, dei dispersi, dei prigionieri, molti dei quali fecero ritorno dopo circa sei anni di prigionia.In Palagiano si erano insediati un contingente di artiglieria da campagna e un manipolo della “Milizia Territoriale”. «…in questo Comune trovasi un manipolo della 137^ Legione Territoriale … per il servizio di vigilanza sulla linea ferroviaria e la centrale elettrica comandata da un ufficiale», già dai primi mesi dopo l’inizio della guerra.[i]I soldati, per la loro sistemazione, avevano occupato i magazzini e, soprattutto i locali degli ex frantoi i cui recinti servirono per la sosta degli animali che facevano parte del contingente someggiato.Furono individuati posti di vedetta su abitazioni alla periferia del paese e nelle masserie. A Conca d’Oro furono installate attrezzature per l’avvistamento degli aerei che venivano a bombardare. La cappella della Madonna della Stella fu posto di osservazione, la stessa funzione ebbe la masseria Perrone tra Palagiano e Castellaneta.In paese, furono individuati come posti di vedetta: il campanile della Chiesa dell’Annunziata e le abitazioni poste alla periferia.Posti di massima sorveglianza erano le stazioni ferroviarie di Palagiano - Mottola e Palagiano - Chiatòna. A Chiatòna furono requisiti alcuni locali, già due giorni prima dello scoppio della guerra, per l’alloggio di soldati.[ii]I soldati italiani del Contingente di Artiglieria avevano il compito di difendere la costa ionica, poiché si temeva, lo sbarco degli Anglo - Americani.Sui bordi delle strade di accesso alle spiagge furono costruite opere di difesa in cemento armato, in particolare, postazioni anticarro circolari con feritoie, per mitragliatrici e pezzi anticarro, collegate fra loro con camminamenti sotterranei; alcune di queste fortificazioni, ancora visibili, furono costruite lungo la via che va dal Santuario della Madonna della Stella alla spiaggia di “Venti”; lungo la provinciale interna che attraversava il feudo fino al bosco; lungo la Litoranea Ionica e la Taranto Bari.Le opere di fortificazione furono realizzate, a tempo di record, con l’utilizzo della manodopera locale costituita da giovani.I nostri soldati posero anche diversi campi minati nei luoghi dove si ipotizzava l’accesso delle truppe nemiche, erano il terrore degli agricoltori e dei nostri pastori che temevano l’entrata fortuita del bestiame…Alcune trincee furono scavate nel rione Capovento, mentre sulle vie principali, all’ingresso del paese, furono istallati “posti di blocco” per perquisire i mezzi in entrata e in uscita. Nel nostro territorio vi furono posti di blocco prima di arrivare alle stazioni ferroviarie di Palagiano e di Chiatòna, altri furono posti, nei pressi di Taranto, vicino “Torre Rondinella”, entrando dalla Litoranea Ionica. Al posto di blocco c’erano sempre un finanziere italiano e un soldato tedesco.Carri militari trainati da animali, passavano spesso, per le vie del paese, carichi di munizioni o di vettovaglie. I soldati addetti alla cucina lavavano le verdure alle fontane, perché negli alloggi non c’era acqua corrente.Il contingente di Artiglieria pose il comando presso i locali della caserma dei Carabinieri in via Lenne, altri uffici operarono in via Mameli, nel rione Terra. Gli ufficiali trovarono ospitalità presso alcune famiglie del nostro paese.Nell’aia comunale, oggi adibita a villa, fu approntato un campo per il maneggio degli Artiglieri, le loro esercitazioni erano seguite moltissimo dai ragazzi, specialmente nei giorni festivi.Un buon numero di soldati prese posto nei locali del frantoio di Favale, in via S. Marco e nei locali dell’odierno mercatino di via Tinella; dove terminava la via, nell’area detta “rpddon”, sostavano i muli e i cavalli del “Reparto someggiato”, parecchi dei quali erano stati requisiti dalle autorità militari per scopi bellici, ai nostri agricoltori. Altri soldati si accamparono nei locali dell’attuale magazzino dei concimi di Tonino Favale, allora, frantoio; questi potevano sfruttare l’acqua dell’abbeveratoio degli animali posto in fondo a via Lenne, dove terminava il paese.Un piccolo nucleo di soldati tedeschi prese posto presso la masseria Carella, in via S. Marco, avevano un deposito di mine anticarro. Il posto era poco frequentato dalla nostra gente, non era facile trattare con i Tedeschi, solo i ragazzi si avventuravano in cerca di una pagnotta di pane o di un po’ di rancio.In paese, in quegli anni, oltre alle donne erano rimasti gli anziani, i bambini e i ragazzi. Alle quindici si andava ad ascoltare la radio presso la sezione dei combattenti, per conoscere le notizie che venivano dai vari fronti di guerra. C’era nella sezione un poster su cui erano raffigurati tutti i mezzi navali della nostra flotta e, man mano che venivano affondati, c’era qualcuno che li marcava con una croce. Non sempre le notizie che venivano trasmesse dalla radio erano esatte, ma venivano selezionate e trasmesse, così come piaceva al Regime. Le lettere e le comunicazioni che giungevano dai soldati che erano sui fronti di guerra, venivano censurate, sicché nemmeno dai diretti interessati, si poteva conoscere la vera realtà dell’andamento della guerra.Col passare dei mesi, nonostante la disinformazione ufficiale, si capì benissimo che gli eventi stavano precipitando. Non c’era giorno in cui non giungevano notizie di soldati feriti, presi prigionieri, dispersi o caduti.Le notizie si trasmettevano con una rapidità impressionante nonostante la penuria dei mezzi di informazione, di bocca in bocca; si diceva infatti che le notizie venivano trasmesse dalla “radio femminile”.Con i bombardamenti su Taranto che si protrassero sistematicamente fino a qualche giorno dopo l’Armistizio, iniziò un periodo di terrore per la gente e, in particolare, per i bambini e i ragazzi.Nei paesi, durante i primi mesi di guerra, non erano stati approntati rifugi antiaerei, né in seguito, col passare degli anni, ne furono approntati; parecchi di quelli costruiti in Taranto, non erano idonei ad assicurare l’incolumità dei cittadini, sicché molti tarantini, durante le incursioni aeree, preferivano rimanere fuori di casa, all’aperto, come avveniva nei paesi.Durante il giorno o nelle ore della notte giungevano i bombardieri inglesi o americani, per bombardare le navi che erano nel porto, allora scattava lo stato di allarme non solo per la popolazione tarantina, ma anche per quelle dei paesi della provincia dove sostavano i contingenti militari; a Palagiano non c’era nemmeno la sirena e l’allarme era annunziato dal suono delle campane. La gente usciva dalle case atterrita e si rifugiava nelle campagne vicine, sotto gli olivi che ne occultavano la presenza, per noi non fu allestito alcun rifugio.Chi decideva di non uscire e rimaneva in casa, si riparava sotto gli archi più solidi della casa, in attesa della fine dell’incursione. Queste misere precauzioni erano state suggerite dagli addetti alla “Protezione Antiaerea”. I vetri delle finestre delle case furono oscurati, perché nessuna luce doveva essere notata dagli aerei nemici nelle ore notturne; la corrente elettrica, sempre carente, veniva tolta, durante i bombardamenti.Palagiano, nonostante la vicinanza a Taranto e la presenza del reparto di artiglieria, non subì incursioni, ma gli aerei che venivano a bombardare la base navale, passavano sul nostro territorio spessissimo, incutendo timore nella popolazione.Di notte, i bombardieri venivano preceduti dai ricognitori che illuminavano a giorno, non solo la base navale, ma anche le campagne e i paesi vicini, con i razzi illuminanti, si viveva col timore costante di essere mitragliati o bombardati, da un momento all’altro.Gran parte della popolazione di Taranto stanca e impaurita dai bombardamenti continui degli Anglo - Americani che erano alla caccia della nostra flotta, abbandonò la città e si riversò nei paesi vicini, alla ricerca di un posto più sicuro, presso parenti o amici.Le autorità comunali requisivano per loro, qualunque posto libero; furono occupate cantine, sottoscala e, persino le stalle lasciate dai contadini che erano partiti in guerra.Gli sfollati erano privi di tutto, lasciando le proprie case, portavano pochissime cose; appena trovato un rifugio si recavano, di tanto in tanto, nella città per prendere le cose necessarie, quando veniva consentito.Nel nostro paese ci fu una vera gara di accoglienza, come è nostro costume, con gli sfollati; oltre i miseri locali, si condivisero: il cibo, già scarso per la popolazione e il vestiario.A scuola, man mano che giungevano i figli degli sfollati, le classi diventavano sempre più numerose, mancavano i posti a sedere, gli scolari si sedevano sulle pedane delle cattedre e, i banchi, con i sedili fissi, di allora, furono occupati da tre scolari anziché da due.Nonostante tali disagi, i maestri facevano il possibile per insegnare come meglio potevano. Si diffusero malattie proprio per effetto dell’elevato numero degli scolari nelle aule, per contagio, a causa delle precarie condizioni igieniche: pediculosi, scabbia, tifo e tigna.Nelle campagne, i contadini, i fittavoli e mezzadri, per la maggior parte, vedevano decurtati i propri raccolti, non solo dai padroni, ma anche dalla quota requisita dallo Stato da portare “all’ammasso”, per il fabbisogno nazionale. Così vennero a mancare i generi alimentari di prima necessità; tutto venne razionato, le quantità giornaliere di pane, pasta, farina e zucchero, assegnate, potevano essere acquistate con la “tessera annonaria”.Le misere quantità spettanti spinsero molti all’acquisto degli alimenti di contrabbando che si alimentò col progredire della guerra, riducendo molte famiglie in miseria e arricchendone altre; saggiamente un nostro detto dice: “Tiimb d’ uèrr ci s’ spoggh e ci s’ vest”; (“In tempo di guerra c’è chi si impoverisce e chi si arricchisce”).La farina mancava e le povere mamme, pur di assicurare ai figli un pezzo di pane, impastavano di tutto: patate, farina d’orzo o di avena e persino legumi. I mulini erano strettamente sorvegliati dai “militari della finanza”; si poteva macinare solo il grano assegnato al produttore al momento della trebbiatura, dagli organi di controllo; qualche quintale sfuggito al controllo veniva macinato di nascosto, in casa, con i mortai di pietra o con i macinacaffè.Gli agricoltori potevano contare, per le derrate di una certa consistenza, solo sui legumi, non tanto controllati. Venivano venduti secchi e andavano a ruba, assicuravano comunque un piatto caldo giornaliero alle famiglie. Le più economiche erano le fave secche che potevano essere consumate, come purè, in sostituzione del pane.A scuola si portavano, in tasca, fave abbrustolite che si sgranocchiavano, di tanto in tanto, per smorzare la fame. Dai ceci abbrustoliti e macinati, si ricavava la gustosa “farnedd”, (“farinella”) che poteva essere mangiata senza provocare stridìo ed essere scoperti dai compagni e dal maestro; fave, ceci, fichi secchi e carrube erano anche oggetto di baratto tra gli scolari.Nel periodo della raccolta del pomodoro e degli ortaggi, il prodotto, a volte, rimaneva invenduto, perché il mercato di Taranto, spesso inattivo per motivi bellici, non ne assicurava lo smercio; i mercatini dei paesi vicini assorbivano modeste quantità di pomodoro, usato per la salsa, che veniva fatta esclusivamente in casa.I paesi venivano raggiunti dagli agricoltori, coi carri carichi di merce; si sobbarcavano ai disagi del trasporto lento e faticoso per non perdere il prodotto, frutto di enormi sacrifici.Partivano da Palagiano, di solito, la sera, dopo aver provveduto alla sistemazione delle merci, del fanale a petrolio per illuminare la strada e a calzare gli zoccoli dei cavalli, con scarpe di gomma, quando si percorrevano strade asfaltate, perché non scivolassero.Si raggiungeva, alle prime luci del giorno, uno dei paesi a noi circostanti: Noci, Putignano, Gioia del Colle, Santeramo in Colle, Acquaviva delle Fonti, Ginosa, Laterza, Castellaneta, Mottola; poteva capitare che, nello stesso giorno si raggiungessero più paesi, quando la vendita era scarsa, in quel caso, si rientrava il giorno successivo dopo aver passato la notte nel carro o nella taverna.In autunno, l’olio prodotto dalla lavorazione delle olive, veniva venduto a caro prezzo e sotto il controllo delle autorità; la raccolta delle olive, accuratissima prevedeva sia quella col bacchio e i teli, sia quella, da terra, per le olive cadute spontaneamente. Negli oliveti vicini al paese, nel pomeriggio, i ragazzi si recavano a cercare le poche olive sfuggite alle raccoglitrici, per consumarle a cena, la sera, con qualche boccone di pane o in campagna stessa. Negli oliveti non rimaneva nulla. L’enorme quantità di olive che oggi si perde negli oliveti, avrebbe fatto rabbrividire sia il piccolo, sia il grande produttore!Il protrarsi della guerra aumentò sempre più la carenza di cibo, di vestiario e di calzature; chi non aveva un pezzo di terra si avventurava lungo gli argini delle strade di campagna alla ricerca di erbe selvatiche commestibili: cicorie, bietoline, cardi e “lambasciun”, sia per il consumo familiare, sia per la vendita, mentre, nelle paludi, tratti di canali adiacenti ai fiumi venivano essiccati per prendere un po’ di pesce: tinche, carpe, granchi e anguille.I bombardamenti sulle varie città d’Italia avevano distrutto molte fabbriche e reso pressoché inesistente il rifornimento di vestiario e di calzature così le mamme adattavano i vestiti dei grandi ai piccoli; si rivoltavano i colletti lesi, si rinforzavano o si rattoppavano i gomiti delle maniche più soggetti a logorio e, in casi estremi, si rivoltava l’intero vestito e lo si ritingeva a mano.Si ritornò a filare lana e cotone, come nei tempi antichi e si confezionavano, a mano, maglie interne, canottiere e calze, mentre la tela per la biancheria, era tessuta coi telai dalle tessitrici.Le scarpe, sia per gli uomini, sia per le donne, venivano risuolate più volte e usate fino alla totale consumazione, costavano molto ed era difficile trovarle in commercio; i calzolai locali non avevano tomaie e, per confezionarne di nuove utilizzavano pelli di vecchie borse.I ragazzi giocavano spesso, scalzi, con la palla o col pallone di pezza o usavano ciabatte di legno ricoperte da fasce di feltro ricavate da vecchi cappelli.Venne a mancare anche l’erogazione dell’acqua, perché le truppe tedesche, in ritirata, subito dopo l’Armistizio, sabotarono alcuni tronchi dell’acquedotto.Si ritornò ad attingere acqua dai vecchi pozzi del paese chiusi, con l’avvento dell’acquedotto e dalle sorgenti della Lama di Lenne.Non tutti potevano rifornirsi d’acqua dalle sorgenti, per la scarsità dei mezzi di trasporto, solo i possessori di carri e di animali potevano prendere sufficienti quantitativi per le proprie famiglie; essendo quest’acqua pura, era molto richiesta, perché allora, le falde acquifere non erano inquinate.Si riaprirono le bocche delle vecchie cisterne di acqua piovana utilizzata per gli usi domestici; chi aveva un pozzo nella propria campagna era veramente fortunato.La produzione artigianale ebbe un forte calo, sia per la mancanza di materiali necessari per la lavorazione dei mobili, sia per la mancanza di operai partiti in guerra, sia per le scarse commesse. Gli artigiani si adattarono a lavori di riparazione di ogni sorta: ombrelli, sedie, tavoli, anfore di creta e di zinco, giare e piatti. Attrezzi e utensili venivano maneggiati con cura, perché non si rompessero.L’istruzione languiva; per la totalità dei ragazzi, la licenza di quinta elementare era l’unico traguardo raggiungibile.L’avvio agli studi dei ragazzi alla Scuola Media, all’Avviamento professionale e alla Scuola Superiore, timidamente affacciatosi negli anni precedenti la guerra, fu completamente bloccato dalle operazioni belliche.La carenza di comunicazioni con Taranto, unica sede della nostra provincia fornita di scuole medie e superiori, non consentì a molti ragazzi di accedere agli studi superiori. In quegli anni, si accedeva alla città solo col treno che aveva pochissime corse.I pochi studenti che osavano avventurarsi, negli anni di guerra, in quei disastrati viaggi, per frequentare la scuola, dovevano servirsi dell’unico treno del mattino che transitava dalla nostra stazione ferroviaria, alle 6,30 per rientrare intorno alle 15,00; se non si riusciva a prendere il treno per il ritorno, a quell’ora, bisognava attendere quello delle 17,30 frequentato dagli operai pendolari che rientravano nei paesi della provincia, dopo aver lavorato nell’arsenale o nei cantieri navali.Nonostante tutto, un manipolo di audaci studenti riuscì a frequentare e a conseguire il diploma o la maturità, spinti dal desiderio di aprirsi verso i vasti orizzonti della cultura.In queste misere condizioni si vissero gli anni di guerra!Quando l’otto settembre, fu annunciato l’Armistizio, ci fu una grande festa, come se la guerra fosse finita.L’incubo dei bombardamenti giornalieri veniva allontanato; si pregustavano sonni tranquilli non più interrotti dal rombo dei bombardieri, la possibilità di mangiare un po’ meglio e, la cosa più importante, rivedere i propri cari sparsi in ogni parte del mondo, ma non fu così per molti dei nostri soldati che, catturati dai Tedeschi, furono deportati e, molti, uccisi.Non terminarono le paure, le privazioni e le morti tra i civili nei paesi del centro e del nord dell’Italia occupati dai Tedeschi. Bisognò attendere per due lunghi anni, la pace.

 Fonte: Memoria storica del nostro ‘900, di Michele Orsini