Le fasce costiere.

Il territorio di Palagiano è più giovane rispetto a quello delle alture vicine di Massafra, Mottola e Palagianello. La sua origine non ha una propria specificità o singolarità, ma si inquadra nello sviluppo della regione pugliese.

La zona, di natura pianeggiante, è costituita da terreni di formazione ghiaioso-sabbioso-limosa del tempo fra il Pleistocene e l'Olocene (questi periodi si calcola che risalgano a più di 500.000 anni fa) classificabili meglio come limi lagunari e paludi. Si tratta generalmente di sedimenti gialli e neri che si trovano nelle conche delle primordiali lagune e dei luoghi costieri asciugatisi col passare del tempo.

Procedendo dallo Jonio verso l'interno, in direzione Sud-Nord, trovia­mo subito due fasce di dune costiere, larghe mediamente circa 1,200 metri e sopraelevate poco più di una decina di metri rispetto al livello del mare. Lo sviluppo delle suddette fasce è quasi omogeneo e corre parallelo alla linea della costa. Esse, all'inizio costituiscono dei cordoni fissi, pur essendo formati da particelle leggere e staccate, fra loro non compatte, come sono i finissimi granelli della nostra sabbia, perché trattenute da una grossa fascia vegetale di boschi di pino chiamati «Bosco della Marina», «Bosco Romanazzi», «Bosco della Marinella» e «Bosco di Marziotta». Nella seconda fascia la sabbia è più consistente, perché frenata da materiali calcarei e da stratificazioni con sedimenti argillosi. Le argille e i fanghi nerastri della profondità di qualche metro che si rinvengono nella Lama di Lenne sono di epoca più recente.

Sappiamo che la superficie del suolo pugliese ha subito vistose trasfor­mazioni sia a causa delle acque correnti, sia per quelle solventi e sia per il vento. (Cfr. C. Colamonico, La geografia nella Puglia, pag. 27).

Nella pianura di Palagiano, condizionata soprattutto da alluvioni ciottolose, di tanto in tanto detta superficie si presenta solcata da lame e da gravine che talvolta si infossano fino ad una ventina di metri.

I calcari.
Al di sotto di tali caratteristiche strutture si trova uno strato di calcari mesozoici degradanti da Nord-Est a Sud-Ovest per effetto di una naturale immersione e per la serie delle fratture verificatesi nel periodo di assesta­mento dell'area. Quindi, anche se non sono visibili in superficie i sedimenti pliocenici-quaternari, costituiti da calcari compatti e calcari tufacei, negli strati più profondi sono presenti sicuramente. Risulta che in contrada «Conocchiella», scavando un pozzo del'E.I.P.L. (Ente Irrigazione Puglia e Lucania), alla profondità di m. 91,50 furono trovate rocce mesozoiche. A circa 1.500 metri di distanza da quel punto, poco più a Sud, in Contrada «Mortellito» le stesse rocce furono localizzate a 174 metri di profondità. (Cfr. B. Martinis, E. Robba, Note illustrative della Carta geologica d'Italia, Cava dei Tirreni, 1971, pag. 32).

Di epoca quaternaria sono, invece, i sedimenti che sono venuti fuori nel trasporto dello strato di copertura alluvionale in Contrada «S. Marco dei Lupini», dopo uno spessore di qualche metro. Tanto è vero che in quel luogo, nella scura roccia tufacea, nel Medio Evo fu eseguito uno scavo a campana, simile ad un pozzo, per ottenervi una chiesa ipogea, mentre a una quindicina di metri di distanza insiste, come un vigile guardiano, un misterioso sperone giallo-scuro, alto circa cinque metri e dall'aspetto di un menhir.

Fino ad oggi in tutto il territorio di Palagiano non si è rinvenuta, comunque, alcuna traccia di pietra bianca, detta calcare duro, appartenen­te ad uno dei periodi precedenti l'Era Quaternaria, al Miocene, neanche negli strati più bassi.

Riteniamo col De Giorgi (pag. 362) che O. Gabriele Costa abbia scambiato la roccia palagianese, perché fine ed omogenea, con quella leccese. Tuttavia lo strato della roccia tufacea diventa sempre più resistente e dura a mano a mano che si procede dal mare verso Nord, In quest'ultimo settore, sotto il rialzo murgioso, le rocce vengono chiamate «carpari» per la maggiore durezza e per distinguerle dal tufo normale.  Talvolta imprigionati nelle pietre calcaree si trovano fossili di foramiferi e di gasteropodi. I terreni vicini al mare sono stati sempre paludosi per i ristagni delle acque piovane. Ricordiamo soprattutto i terreni di Contrada Salina, detti Palude Fetida e Palude Molitana, poi quelli più consistenti presso la foce del Lenne conosciuti col nome di Palude di Vega, nonché quelli adiacenti al Canale di Marziotta. Queste zone, in passato, hanno esercitato un'azione malefica diffondendo malattie, come la malaria, fra gli abitanti di Palagiano, Palagianello e Mottola. Le persone più colpite erano soprattutto i contadini, che frequentavano e lavoravano le citate paludi.

Le lame.

La terra palagianese si presenta con una morfologia dolce, piana, quasi piatta. Ai suoi confini di settentrione ci sono delle modeste collinette carsiche. Le acque che vi cadono durante l'anno sono esigue e filtrano nelle rocce permeabili del sottosuolo, sperdendosi in corsi sotterranei, che seguono per lo più la direzione longitudinale Nord-Sud, per finire poi nel mare.

Il territorio si presenta, pertanto, arido come tutta la campagna meridionale dell'Italia. In passato il raccolto dipendeva esclusivamente dalla frequenza delle piogge che, essendo scarse, lo rendevano insufficiente e per conseguenza il reddito dei contadini era molto basso. Negli ultimi decenni, però, a partire dagli anni cinquanta, ingegnose trivellazioni hanno ribaltato la situazione, avendo messo a disposizione degli agricoltori tutta l'acqua necessaria alle coltivazioni più esigenti dai frutteti, in particolar modo agrumeti, a ogni tipo di coltivazioni orticole (sedani, finocchi. insalate, cicorie, bietole, melanzane, peperoni, patate, rape, cavolfiori, pomodori) e ai fiori, rendendo fertilissima la terra che ora dà prodotti abbondanti e qualitativamente ottimi.

Passando per la pianura di Palagiano si incontrano tre grossi solchi alluvionali, paralleli fra loro, che scendono verso il litorale in linea decisa. Non si tratta né di valli, né di veri e propri fiumi, ma di depressioni localmente chiamate «lame». Sappiamo che le lame sono avvallamenti delle Murge a forma di conche, larghe e lunghe, nel cui fondo si raccoglie molto terreno superficiale e produttivo dai campi circostanti sconvolti e trascina­to dalle piogge torrenziali. Queste depressioni s'affondano nel terreno fragile e ricevono le acque piovane che provengono dalle vicine colline; per questa ragione sono sempre umide dall'autunno alla primavera.

I predetti tre solchi, che potremmo chiamare pseudo-fiumi, si identifica­no con:

1° Lama di Castellaneta, cosiddetta perché proviene dai pressi di quella cittadina;

Lama di Lenne che, da Mottola passando per Palagianello, arriva fino al mare;

3° Lama di Vito, che raccoglie gli scoli delle gravine di Mottola e di Massafra.

Lo sprofondamento di questi corsi di aggira mediamente entro la decina di metri. Il loro fondo è spesso costituito da argilla di tipo Bradano (De Martinis, pag. 33).

L'idrografia sotterranea.

Un vero studio dell'idrografia sotterranea è incominciato dopo la metà di questo secolo ad opera dell'E.I.P.L. (Ente per lo Sviluppo dell'Irrigazio­ne e la Trasformazione Fondiaria in Puglia e in Lucania).

Da allora, in modo sistematico e con mezzi meccanici moderni che permettono perforazioni profonde centinaia di metri, sono stati realizzati numerosissimi pozzi alimentati ovviamente da un'attiva circolazione idrica sotterranea, sfruttando sia le falde di acqua superficiali (a qualche decina di metri di profondità), sia le falde profonde o falde di base. In tal modo si gode di una ricchezza idrica perenne.

Le falde di superficie sono alimentate dalle precipitazioni piovose che cadono sull'area circostante, per cui nel periodo asciutto, da maggio a settembre, sono povere di acqua.

Non solo, ma la quantità attingibile tende a diminuire verso il margine di affioramento dello strato delle rocce, per l'inclinazione naturale del banco litico nel procedere dall'entroterra verso la marina, perché lo spessore del liquido poggiante sul banco impermeabile, si fa di poco spessore per calare in perdita di discesa verso termini più profondi e lontani.

Le falde più ricche si trovano quindi in corrispondenza delle località con rocce più depresse, ovviamente verso la fascia costiera.

Le falde superficiali sono state sfruttate sin dai tempi remoti, quando i pozzi si costruivano con il badile e con il piccone.

Di solito davano confortanti risultati le polle esistenti in prossimità di gravine, di lame e di avvallamenti.

Lo scavo a campana per la raccolta dell'acqua, quasi sempre rivestito da un'incamiciatura in pietra detta «rezza», veniva chiamato «pozzo sorgivo». E quest'opera serviva al contadino per limitatissime necessità, in quanto la riserva idrica era esigua.

Nelle contrade San Marco dei Lupini e Cozzo Marziotta, ad appena 5 o 6 metri di profondità, si ha una falda acquifera di discreta consistenza e abbastanza potabile. Infatti prima della realizzazione dell'Acquedotto Pugliese il Comune progettava di condurla, con adeguata rete, in paese per il beneficio della popolazione di Palagiano.

Negli strati dello scavo si rinvengono ghiaie, sabbie, argille. In alcune contrade, tuttavia, la falda superficiale crea degli accumuli di acqua che, trovata meno resistenza verso l'alto, risale attraverso gallerie filtranti, dando luogo a sorgenti con una portata di qualche litro al secondo. A questo fenomeno si collegano le sorgenti: Fontana del Fico al di là del confine della zona di Palagianello, Fontana di Trovara (cancellata dalla ruspa da qualche anno), in omonima contrada nella Lama di Lenne, Fontana di Calzo e Fontana di San Marco dei Lupini.

La falda di base o falda bassa è, a diverse profondità, rinvenuta in tutto il territorio di Palagiano al di sotto dell'argilla bradanica. Essa risulta molto ricca e quindi promette notevole speranza economica. Infatti può essere utilizzabile in opere d'industria e di agricoltura. In alcuni tratti, però, presenta un certo grado di salinità. Nelle contrade immediatamente sotto la Murgia si rileva «a superficie tranquilla», cioè con poca forza verso l'alto; mentre di mano in mano che si procede verso la costa marina emerge con maggiore spinta e in alcuni punti ha una pressione anche di trabocco. Detta falda di base, di natura dolce, s'acquieta su uno spessore di acqua salata d'origine marina che, penetrando nel suolo carsico, scende in profondità crescenti nell'allontanarsi dal mare con una periodicità di circa 15 metri per ogni chilometro di avanzamento. (Cfr. B. Martinis, pagg. 48, 50). 

Pasquale Lentini, in "Tasselli di storia palagianese".