Palagiano è sempre stata considerata una cittadina con una collocazione geografica strategica, situata com'è, all'inizio della piana di penetrazione verso l'area urbana del capoluogo e al crocevia di smistamento delle direttrici stradali del metapontino e del barese.

   
Proprio come sviluppo storico dell'antica presenza romana della via Appia, tanto da rimanere coinvolto da tutto quello che poteva accadere nei dintorni.
Basti ricordare le scorrerie piratesche dei saraceni, che, comunque, dovevano attraversare il territorio palagianese, come è avvenuto durante la distruzione di Mottola.
Nel 1002, in altra occasione, dai paesi viciniori ripararono a Palagiano, quando si dovette subire l'assedio di De Comiticchia, che volte conquistare Taranto in nome dell'imperatore Ottone III. Per non parlare dei passaggi degli eserciti barbari, della sudditanza longobarda, dell'assalto da parte di tale Royca, che -secondo un breve chronicon di Luigi Protospata-nell'anno 1023, dopo l'assedio di Bari, si dirisse verso la fortezza di Palgiano, espugnandola per poi ritirarsi a Mottola, dove vi costruì una rocca. Probabilmente - è stato osservato- il toponimo a Palagiano di via "Le mura" potrebbe riferirsi proprio all'antica ubicazione delle mura citate in questo documento. Nella seconda metà del XI sec. il territorio di Palagiano si ritrova ad essere un polo dell'insediamento rupestre nel contado occidentale tarantino, dove sono state storicamente individuate, come fondazioni in rupe di tipo italo-greco, quelle di sant'Angelo in Casale Rupti, e santa Caterina (a Mottola), di San Sabino, san Matteo e san Pietro ( a Castellaneta); santa Lucia (a Massafra) e appunto santa Maria di Lenne a Palagiano. In una carta del 1095 è riportato l'atto di donazione della chiesa di Lenne al monastero di santa Maria di Banzi di Lacerenza da parte di Riccardo Senescalco, figlio di Drogone e nipote di Roberto il Guiscardo, al quale nel 1081 era stato infeudato il territorio.


In pratica il Senescalco -ci spiega P. Dalena- concesse a Pietro I la potestas in piscaria illa quot homines volueritis ad piscandum vobis ponere, cioè la possibilità di pescare nel fiume Bradano, nel Lato e nel Lenne con barca. Inoltre doveva essere abbastanza intensa nella zona la produzione del sale, in quanto ben trenta saline del fiume Lato vennero donate nello stesso anno all'abbazia bizantina, da cui dipendevano le chiesa di san Matteo e di san Pietro. Alla base di questa attività produttiva, vi fu anche la creazione di infrastrutture di collegamento tra le varie terre ed i centri di produzione e dei prodotti. Peraltro ancora oggi a distanza di secoli a ridosso del fiume Lato, in prossimità della pineta Romanazzi - visibile dal ponte della superstrada 106 per Metaponto, si nota tutta l'area, chiamata appunto la "salina di Lato". Tuttavia durante questo periodo, al momento dell'insediamento di benedettini nel contado (favorito dai Normanni) - osserva ancora Dalena- vi era una situazione ambientale precaria: terreni boscosi, incolti e colture abbandonate, chiese deserte, casali dirupi, rete viaria insufficiente e caratterizzata dai lunghi percorsi segnati sulle carte premedievali. Insomma gli eventi bellici avevano determinato desolazione e rovina. Sicchè i monasteri in rupe di tipo italo-greco risultavano abbandonati e dei pochi monaci rimasti si hanno, leggendo le documentazioni, poche tracce. Non sappiamo se si fossero integrati nella popolazione locale o magari dispersi lentamente con il declino della dominazione bizantina. Della chiesetta di Lenne si conserva anche la cappelletta con un affresco della Vergine con bambino ed un altro della Madonna della Mano. Il centro monastico di massimo prestigio religioso era, dunque, Casalrotto (in territorio mottolese, a confine con quello di Palagiano e Palagianello) attorno al quale si sviluppò un villaggio rupestre con una sua organizzazione ecclesiale, gestita dai monaci della chiesa di sant'Angelo annessa al monastero. Dipendeva dalla badia della santissima Trinità di Cava dei Tirreni e, tra le varie curiosità, si sa che i monaci di Casalrotto possedevano anche un codice di legge longobarde (donato al monastero cavense) con diverse preziose miniature, alcune delle quali raffiguranti re Lotario, re Pipino, re Alelchi e la corte di Arechi e di Rotari. Palagiano si trovò, poi, a dover subire la prepotenza di Murcaldo, fiduciario del principe tarantino Boemondo, che partendo per le crociate, lasciò il feudo nelle sue mani.Costui si comportò in maniera arrogante e la popolazione ad un certo punto si ribellò. A Mottola scoppiò anche una cruenta rivolta, ma quei cittadini furono costretti a scappare e si rifugiarono proprio a Palagiano, per poi ritornare nella loro città nel 1192, adoperandosi per la ricostruzione. Dopo l'infeudamento normanno con Roberto il Guiscardo e il nipote Riccardo Senescalco e il possedimento angioino, le terre palagianesi passarono alla famiglia Dapifero e vennero acquisite nel 1250 dai Casamassima. Agli inizi del 1300 Palagiano si trova sotto i Giordano, che nel 1332 vendettero il feudo ad Ugone Bilotta (di stirpe longobarda ed originario del beneventano). Questi lo cedette a Maria Caterina di Valois, con cui inizia un periodo travagliato, a causa di alcune diatribe baronali contro Giovanna I. Con Raimondello Orsini, Palagiano si trovò inserito nel Principato di Taranto insieme a Mottola, Massafra, Nardò e Otranto. Dopo il matrimonio di Maria d'Enghien con Ladislao (1407) e la successione del figlio Giovanni Antonio del Balzo Orsini, la città venne infeudata nei beni del barone Gabriele Capitignono, al quale, verso la metà del '500, seguì il possesso di Giacomo Protonotabilissimo e, nel 1587, quello dei Lubelli fino al 1611per poi passare a Scipione Minutola (che l'acquistò per 36mila ducati). Da Francesco Caracciolo Pisquizi di sant'Eramo Palagiano venne infeudato ai Carmignano e, immediatamente dopo, ai Pappacoda (1618) e quindi, ai De Marco e nel 1720 divenne possedimento dei principi Cicinelli di Cursi (una diramazione della famiglia Caracciolo). Questi vi restarono fino ai primi anni dell'800 e dovettero affrontare tutte le controversie derivanti dalle leggi della soppressione feudale. Infatti in quel periodo si registrarono molte liti tra la baronia e il Decurionato a proposito delle espropriazioni delle terre e le prevedibili relative rivendicazioni. Tra i vari provvedimenti adottati molti furono vantaggiosi per la popolazione, anche se buona parte della proprietà terriera, specie quella boschiva (dove era diffusa la produzione della resina) passò alla famiglia Palomba e da questa al principe Guglielmo Romanazzi-Carducci fino a quando nel 1952 venne attuata la Riforma fondiaria. E', però, comprensibile che, al di là della presenza di questi feudatari e possidenti, la comunità palagianese ha sempre vissuto tutti i momenti della storia politica e sociale con gli aneliti, la ansie e le speranze di voler affermare i propri valori di civiltà. Basti ricordare i contributi locali riservati per la partecipazione popolare all'unità d'Italia, quando addirittura 19 cittadini vennero arrestati perchè simpatizzavano con le idee garibaldine. Eppoi non vanno dimenticate le varie attività politiche e le rivendicazioni contadine ed operaie delle leghe del primo novecento, fino ad arrivare alla tribolata esperienza fascista e all'impegno per la ricostruzione democratica del secondo dopoguerra, in relazione specialmente alla Riforma fondiaria, che proprio a Palagiano previde la localizzazione di uno dei poli di coordinamento. Infatti vennero scorporati dalle grosse aziende agricole locali 1.292 ettari di terreno condotto a coltura estensiva ed a pascolo. Il 70% di essi ricadeva a sud-ovest nelle contrade Chiatona, Palude Molitana (ribattezzata Conca D'Oro) e Frassino Colombo, mentre il restante 30% nelle contrade Lenne e Lamaderchie. La maggior parte dei terreni espropriati apparteneva, come s'è detto, al Principe Romanazzi-Carducci (considerato l'ultimo feudatario di Palagiano) dal momento che gli stessi fondi provenivano dal comprensorio del Demanio, secondo quanto stabilito dalle sentenze della Commissione feudale 1809-1810. Essi furono frazionati in 286 quote, assegnate ad altrettante famiglie di contadini palagianesi con appezzamenti dai 3,50 ai 5 ettari di superficie, in rapporto al numero dei componenti del nucleo di ciascuna famiglia. Per favorire l'appoderamento furono costruite 200 case coloniche con un centro di coordinamento aziendale, (gestito dall'ente proposto allo sviluppo e la trasformazione fondiaria), ubicato nella masseria della Palude Molitana con il nuovo toponimo di "Conca d'oro", comprendendo ufficio postale, spaccio cooperativo di generi alimentari, scuola, chiesa, magazzini ed uffici vari, tanto da formare una borgata, anche se non ha mai avuto una sua autonomia amministrativa urbana.
L'appoderamento e la trasformazione della coltura dei terreni da estensiva in intensiva favorirono in un primo tempo il decentramento della popolazione rurale dall'area urbana, mentre, man mano che le nuove colture (agrumeto e vigneto) cominciavano ad assicurare una discreta fonte di reddito, la maggior parte delle famiglie, a suo tempo appoderate, fecero ritorno al centro cittadino.



Fonte: Biblioteca Comunale.

www.palagiano.net.