Carlo III di Borbone e il “Re lazzarone”. Anno 1807: L’abitato. Le Chiese. I palazzi. Il Decurionato. La Pubblica Istruzione. Il medico e il farmacista. Il reddito. Spese civiche e comunali. La tassa sul macinato. Le feste della Madonna della Stella e San Rocco. La leva militare. La gerarchia militare. Carlo III di Borbone, che regnò dal 1734 al 1767, dette inizio ad alcune opere innovatrici intese a sminuire la potenza della nobiltà e del clero. Tale attività si rendeva necessaria per la sovranità dello Stato, ostacolata dall’aristocrazia che possedeva la maggior parte del territorio. Nei confronti del clero vennero limitate le immunità, soppresse le decime, ridotto il numero dei preti e dei frati perché fosse rivendicata l’effettiva indipendenza dello Stato di fronte alla Chiesa. Più importanti ancora i provvedimenti relativi all’attuazione di alcune opere pubbliche, al miglioramento del servizio doganale e della pubblica istruzione. Intanto nel 1767 saliva al trono del nostro regno il figlio di Carlo III, Ferdinando IV (diventato in seguito III e poi I) denominato a ragion veduta “Re lazzarone” che non ritenne opportuno continuare l’opera del padre, per cui il mezzogiorno restò fortemente in arretrato rispetto agli altri paesi. Peraltro la maggior parte della popolazione, costituita da contadini, restò quasi sempre assente agli eventi che si presentavano propizi per il suo risveglio, data la forte dose di sonnifero somministratole dal regime feudale, tanto che nemmeno il tuono napoleonico riuscì a svegliarla. Ed è appunto nel clima di questo periodo che ci piace ammirare il panorama di Palagiano.Anno 1807. L’abitato si è allargato di poco rispetto al centro storico costituito dall’antica cittadella, a forma di rettangolo, disposto da nord a sud tra il castello e la taverna. L’antica via Appia, divenuta ora tratturo tarantino, separa il centro storico dalle costruzioni più recenti sorte a cavallo della via Lenne che conduce al fiume omonimo ed al mare. Le costruzioni più recenti sono quelle realizzate nelle vicinanze della nuova Chiesa Madre dedicata all’Annunziata (costruzione di fine ‘700), del Convento di S. Francesco con annessa Chiesetta dedicata alla Concezione di Maria Vergine (1582) e chiamata comunemente Chiesa di S. Maria “La Nova” forse per distinguerla da quella esistente di fronte al palazzo Carmignano, denominata Cappella del Santissimo, ubicata nel punto ove sorge la macelleria di Paolo Pansini. Quest’ultima Chiesetta fu chiusa al culto nel 1807 ed il locale dato in fitto a tale Vito Tinella per la durata di otto anni e con canone mensile di tre grani (pari a lire 0.13 attuali).Di fronte al palazzo dei Caracciolo – Cicinelli volgarizzato poi in Palazzo dei Sannelli sorge la casa natale del Padre Giovanni Maria Sforza dei Francescani minori conventuali, trasferitosi giovanissimo nel convento di Foggia ed autore dell’opera “Saggi di critica su Aristotele” edita a cura dell’Accademia foggiana, regente il medesimo G. M. Sforza, nell’anno 1646.A circa 50 metri di distanza dalla Chiesa Madre, distaccato dal nucleo abitato, troviamo il fabbricato denominato “La Ruota” ove venivano lasciati i neonati che per diverse ragioni non erano desiderati dalle genitrici; in questo fabbricato esisteva comunque il servizio di baliatico il cui istituto era a carico della municipalità.Poco distante dal palazzo dei Caracciolo – Cicinelli e di fronte a S. Maria “La Nova” sorge il palazzo della Cancelleria, sede del Decurionato.Ancora più a sud, nella zona indicata come la “La cisterna del Duca” (cioè il Duca di Martina che è poi cugino dello stesso Principe di Cursi) sorge il vecchio frantoio oleario di Palagiano.Alle spalle di detto frantoio la casa padronale dei più antichi Masella. L’altro palazzo Masella sorge invece poco distante dal centro storico, al confine nord della vigna di proprietà di Don Domenico Angelini (attuale piazza Vittorio Veneto), mentre poco distante dal detto palazzo Masella sorge quello dei Carano (attuale via Dei Mille) e più a sud la casa padronale dei Toria (attuale via Trento).Infine, a 100 metri dal centro storico, al centro della biforcazione tratturo Tarantino – strada provinciale Ginosa-Taranto sorge la grande costruzione di Giuseppe Cardinali adibita a mulino nei vani del piano terra e ad abitazione nei vani del piano superiore. Questa costruzione è stata demolita nel 1962 e riedificata a sede comunale ed agenzia del Banco di Napoli.Il decurionato (consiglio comunale) in carica nel 1807 era formato dal Sindaco Presidente, Francesco Paolo Calò, e da nove Decurioni. Di questi Decurioni, solo quattro, compreso naturalmente il Sindaco, sanno sottoscriversi mentre la restante parte è “Sottocrocesegnata”!La publica istruzione è rapresentata dal Maestro di scuola nella persona del sacerdote Don Saverio Lazazzera al quale vengono assegnati otto ducati al mese (ducati che tardano sempre a riempire la tasca del Maestro per la cronica condizione deficitaria del Comune). Il feudatario di Palagiano, definito già ex barone, è Don Gennaro Caracciolo – Cicinelli dei Principi di Cursi. Palagiano, che conta 1823 anime, ha anche al suo attivo un medico nella persona di Don Stefano Simeone ed uno speziale (farmacista) nella persona di Don Vito Giuseppe Sinisi; ma la schiera spagnola dei “Don” non si esaurisce qui giacchè vi è la parte più cospicua rappresentata dal clero che annovera una buona trentina fra preti e frati sotto la guida dell’Arciprete Don Francesco Antonio Palazzi.Il Decurionato si riunisce, in sessione ordinaria, il 28 maggio 1807 “nel solito luogo delle riunioni parlamentari” (che non è la sede della cancelleria ma il Convento di S. Francesco!) per eleggere Don Giuseppe Carmignano quale deputato Cedoliere (Ufficio preposto alle esazioni fondiarie) e Don Nicola Scalcione deputato alla credenza del sale.Ma la maggior fatica dei nostri Decurioni viene sopportata nella seduta del 5 luglio 1807, sempre nel solito luogo delle riunioni parlamentari (Convento di San Francesco) per finalizzare il conto dell’esercizio finanziario 1806 (1° settembre 1805 – 31 agosto 1806) dal quale risulta che l’entrata più sostanziosa è quella della tassa fondiaria che ammonta a ducati 931 e grani 69. Questa è l’imposta principale che viene regolarmente versata alla reale Tesoreria, imposta che si applica sui terreni censiti nel catasto onciario del 1744 e che divide l’estensione terriera palagianese in 14.164 once, ciascuna delle quali (salvo errori od omissioni!) è tassata con la somma di 6 grani e 8 cavalli (corrispondenti a L. 0,29).Un’altra cospicua entrata è quella derivante dalle gabelle la cui imposizione è molto odiata dalla cittadinanza, dal momento che i beni destinati al consumo, gravati da tali balzelli, rendono i costi dei generi di prime necessità molto proibitivi.Tanto per citare qualche esempio, ci risulta che sulla farina grava il dazio di 3 cavalli a rotolo (2 centesimi su 750 grammi); sul formaggio 1 grano a rotolo (5 centesimi su 750 grammi); sulla carne 1 grano a rotolo. Il reddito medio del cittadino palagianese, nei primi anni del 1800, raggiunge a mala pena la cifra di 25 ducati annui (poco più delle attuali 100 lire, con potere di acquisto rapportate a L. 3.600.000 di oggi).Per quanto riguarda la spesa, il rendiconto ci dà queste cifre: Ducati 381 per le spese civiche e ducati 731 per quelle comunali. Complessivamente ducati 1112 (pari a L. 4704). La spesa viene affrontata con la quota parte delle entrate fondiarie e parte delle entrate del dazio, in particolare con alcuni balzelli speciali fra i quali spicca l’odiata tassa sul macinato! A proposito della tassa sul macinato, alcuni cronisti ci fanno sapere che la esazione di questa gabella godeva di speciali privilegi ed era talmente rigorosa che il semplice possesso di un piccolo mortaio casalingo, che potesse sfarinare il grano sia pure in una ridottissima quantità, si prestava al facile sospetto di evasione fiscale per la quale la legge prevedeva sanzioni durissime! Ritornando sul tema delle spese, fra quelle civiche figurano: le paghe all’inserviente del Decurionato, al sacristano, al portaiuolo (distributore di acqua); l’acquisto di carta per scrivere, compresa quella bollata; l’affitto al barone del locale adibito a carcere (locale facente parte del castello); la prestazione alla Cappella del Santissimo; il canone al Convento; infine le feste dell’Annunziata, della Madonna della Stella, di Natale e di Capodanno.Fra le spese comunali figurano: il soldo ai quattro armigeri; i versamenti delle tasse “attrassate” (arretrate); il mantenimento dei projetti (cioè gli illegittimi abbandonati); l’esazione delle diverse imposte. Nel verbale redatto dal decurionato nella seduta del 2 agosto 1807 è scritto: “Per deputati della Madonna della Stella sono stati fatti Don Pietro Cervellera, Don Francesco Ciriello e Natalizio Schiavone”. Si può desumere che la festa della Madonna della Stella ricorreva nel mese di Settembre e che in seguito alla istituzione della festa di San Rocco (1845 – 1846), venne posticipata al mese di ottobre allo scopo di far intercorrere un maggior lasso di tempo fra le due feste.Il 1807 è anche l’anno in cui il governo di Sua Maestà Napoleonica fa maggiormente sentire alle nostre popolazioni il peso della sua autorità. Con una nota riservata l’autorità superiore ordina al Sindaco del Decurionato Palagianese di volerle trasmettere ampia relazione riguardante la posizione economica nonché l’attività del clero locale. La relazione è tanto riservata che il Sindaco fa relazionare lo stesso arciprete che, con propria nota, soddisfa quanto richiesto.Nel 1807 Palagiano, che conta 2.000 anime (1823 secondo la statistica ufficiale del regno) annovera nella propria Parrocchia ben sei preti che coadiuvano il Parroco. Lo stesso Parroco, che non esercita più le funzioni di Ufficiale dello Stato Civile, trasmette al Sindaco in data 18 maggio 1807 il “Notamento di individui di questa terra di Palagiano, che hanno l’età di sedici a venticinque anni” occorrente alla formazione delle liste di leva militare di cui alla coscrizione obbligatoria decretata da Giuseppe Napoleone l’11 aprile 1807.L’elenco è formato da 44 uomini nati a Palagiano negli anni dal settembre 1782 al gennaio 1790 e, quindi, in età dai 16 ai 25 anni. Questi si presentano al Decurionato che, con l’assistenza del Sindaco, procede alla “ispezione oculare” degli individui segnalati dal Parroco. Buona parte dei non idonei al servizio militare si “ascrivono volontariamente alla guardia civica per avere li requisiti della legge”. Ed i volontari sono tanti quanti bastano per formare due compagnie, ciascuna delle quali è così composta:4 uffiziali;2 bassi uffiziali;5 caporali;25 comuni.La gerarchia militare viene stabilita in base al ceto sociale cui appartengono i predetti volontari:1) i “galantuomini proprietari” saranno gli Uffiziali con il grado di capitano;2) i “proprietari e figli di proprietari” saranno I e II tenente;3) i “professori” saranno bassi Uffiziali;4) gli “artieri” (comodi) saranno caporali;

5) i “contadini giornalieri” saranno guardie civiche e comuni.

   Vincenzo Cetera, in “S’arrcord li vign d’mmiinz la chiazz”. 1991.